Lettera Aperta: Il Silenzio dopo 40 Anni di Attività - La Nostra Storia
Un silenzio, due paesi, e la stessa saracinesca. Questo non è un atto di accusa, né tanto meno una sterile lamentela. Il vittimismo è una dimensione che mi è sempre stata estranea, un abito che non ho mai indossato. Scrivo invece per condividere una riflessione nata da una profonda tristezza, nella speranza che la sua semplicità possa, forse, risuonare in qualcuno. Dopo oltre quarant'anni di attività, il negozio che ho gestito con Tiziana, mia compagna di vita e di lavoro, ha abbassato per l'ultima volta la sua saracinesca un anno fa. La chiusura, dettata da "ovvi motivi" che molti in paesi piccoli come il nostro conoscono bene, è stata una scelta sofferta ma inevitabile. In un paese di appena mille anime, ogni attività che chiude non è solo un fallimento imprenditoriale, ma un pezzo di comunità che si spezza, un punto di riferimento che scompare, un silenzio che avanza. A questa scelta, fatta le dovute e sentite eccezioni di alcuni clienti e amici affezionati, è seguito un silenzio assordante. Un silenzio istituzionale, per essere precisi. Nessuna parola, nessun gesto, nessun riconoscimento per quattro decenni di lavoro, di presenza, di servizio a quella stessa comunità. È la normalità, mi dicono. È così che
vanno le cose. Alcuni giorni fa, non lontano da qui, a Ortona, un'attività simile alla nostra, con una storia gloriosa di cinquant'anni, ha chiuso i battenti. Con il cuore spezzato, ho assistito a un servizio televisivo che ritraeva la commozione di una comunità intera, radunata in solidarietà alla proprietaria, per condividere il peso di quell'addio. Un coro di dispiacere autentico e visibile. Ed ecco il parallelo che mi lacera l'anima e che, con tutta onestà, vorrei non sentire il bisogno di tracciare. Lì, un pianto giustamente condiviso e amplificato, celebrato come la fine di un'epoca e con una targa di ringraziamento dalle istituzioni locali, associazioni di categorie ecc. Qui, un pianto silenzioso, il mio, mescolato a uno sconforto profondo che ha invaso ogni stanza della mia vita, acuito dall'assenza di Tiziana, mia compagna in questo e in tutto. Un dolore doppio: per la fine di un'impresa e per la solitudine con cui questa fine è stata accolta. La tristezza, amara e definitiva, sta nel rendersi conto che forse, in fondo, non siamo tutti uguali. Ho sempre creduto, forse con ingenuità, che dovremmo esserlo, che il valore di una vita e di un lavoro ben fatto dovesse essere riconosciuto a prescindere dal luogo o dalla visibilità. Come ricorda un antico principio, "davanti alla legge tutti sono uguali", e nel cuore ho sempre esteso questo concetto al riconoscimento umano e sociale. Forse la mia è stata un'utopia, pensare di essere tutti uguali nella considerazione degli altri e delle istituzioni. Che il valore di una storia, il peso di una lacrima, il rumore di una saracinesca che si abbassa per sempre, non hanno lo stesso suono per tutti. Dipende da dove cade lo sguardo, e da chi decide di ascoltare. A noi è toccato il silenzio. Con un saluto malinconico a chi in questi anni è passato da noi, e con la speranza che per il nostro paese non sia solo l'inizio di una lunga teoria di silenzi. È una lettera che dovevo in primis a Tiziana, solo ora sono riuscito, anche con molto dolore, a scriverla.
vanno le cose. Alcuni giorni fa, non lontano da qui, a Ortona, un'attività simile alla nostra, con una storia gloriosa di cinquant'anni, ha chiuso i battenti. Con il cuore spezzato, ho assistito a un servizio televisivo che ritraeva la commozione di una comunità intera, radunata in solidarietà alla proprietaria, per condividere il peso di quell'addio. Un coro di dispiacere autentico e visibile. Ed ecco il parallelo che mi lacera l'anima e che, con tutta onestà, vorrei non sentire il bisogno di tracciare. Lì, un pianto giustamente condiviso e amplificato, celebrato come la fine di un'epoca e con una targa di ringraziamento dalle istituzioni locali, associazioni di categorie ecc. Qui, un pianto silenzioso, il mio, mescolato a uno sconforto profondo che ha invaso ogni stanza della mia vita, acuito dall'assenza di Tiziana, mia compagna in questo e in tutto. Un dolore doppio: per la fine di un'impresa e per la solitudine con cui questa fine è stata accolta. La tristezza, amara e definitiva, sta nel rendersi conto che forse, in fondo, non siamo tutti uguali. Ho sempre creduto, forse con ingenuità, che dovremmo esserlo, che il valore di una vita e di un lavoro ben fatto dovesse essere riconosciuto a prescindere dal luogo o dalla visibilità. Come ricorda un antico principio, "davanti alla legge tutti sono uguali", e nel cuore ho sempre esteso questo concetto al riconoscimento umano e sociale. Forse la mia è stata un'utopia, pensare di essere tutti uguali nella considerazione degli altri e delle istituzioni. Che il valore di una storia, il peso di una lacrima, il rumore di una saracinesca che si abbassa per sempre, non hanno lo stesso suono per tutti. Dipende da dove cade lo sguardo, e da chi decide di ascoltare. A noi è toccato il silenzio. Con un saluto malinconico a chi in questi anni è passato da noi, e con la speranza che per il nostro paese non sia solo l'inizio di una lunga teoria di silenzi. È una lettera che dovevo in primis a Tiziana, solo ora sono riuscito, anche con molto dolore, a scriverla. Mauro Carbonetta
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