Radio Villa Centrale: Storia e Aneddoti 1975-1983 | Mauro Carbonetta - Tele Tiziana WebTV

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Radio Villa Centrale - Storie e aneddoti di Mauro Carbonetta
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Radio Villa Centrale

Storie, aneddoti e ricordi di un'epoca

103.5 MHz · FM STEREO

di Mauro Carbonetta

PUNTATA 1 1975 – 1977
Adesivo originale di Radio Villa Centrale
🎵 Il primo adesivo di Radio Villa Centrale – 103.5 MHz in FM STEREO
«la vostra scelta la tua radio.»
Chi lo aveva incollato sulla macchina o sul quaderno sapeva di far parte di qualcosa di speciale.
Quante corse, quante notti in consolle, quante dediche...

1975: La nascita di Radio Villa tra sogni, denunce e compromessi domenicali

Seguendo il consiglio di Pasquale Melchiorre, che mi sprona a continuare a narrare, e il perentorio «scrivi» di Alessandro Sabatini, vorrei fare una premessa prima di iniziare a raccontare uno dei tanti passaggi di vita vissuta con Radio Villa Centrale, piccoli aneddoti che potrebbero suonare come un monito, soprattutto per i giovani, a testimonianza del fatto che le grandi avventure nascono spesso dal nulla, ma con tanta passione. A volte penso che, quando ci venne l'idea di fondare una radio privata, avevamo appena quattordici anni, ad eccezione di qualcuno che ne aveva già venti. Eravamo studenti delle superiori tra Lanciano e Castel di Sangro, insieme a chi già lavorava a Venezia come cuoco o cameriere. Ma avevamo solo quattordici anni!

Quando partimmo, avevamo un assoluto bisogno di sostegno economico, poiché i nostri genitori non avevano i mezzi per finanziare l'acquisto delle apparecchiature. Il gruppo iniziale del 1975 era composto da:

Sergio Maiocco, Pasquale Cappellone, Antonio Spaventa, Giovanni, Giacomo e Bruno Iezzi, Mauro Carbonetta, Giuliana, Peppino e Brunetto Pratarelli, Franco Cocco, Rocco Polidoro, Rosario Sabatini, Angioletto e, subito dopo, Giuseppe Sabatini e Pino Finamore.

Non starò qui a spiegarvi i motivi che ci spinsero ad aprire la radio, altrimenti occorrerebbero pagine e pagine, ma una cosa voglio ricordarla: partimmo con una questua improvvisata e, in verità, le persone ci diedero un contributo senza alcun problema. Apro e chiudo una parentesi: chiedemmo un sostegno economico anche a un personaggio del paese, un ex podestà, il quale però ci «schedò» perché, nel suo modo di pensare, eravamo troppo distanti dal suo ideale passato. Fummo persino denunciati anonimamente alla pretura di Villa Santa Maria perché «la questua la poteva fare soltanto la Chiesa». Spaventati e incazzati al contempo, ci rivolgemmo al sindaco di allora, Peppino di Lello, molto più vicino alle nostre idee, il quale ci «salvò» con prontezza da quella nostra ingenuità.

La nostra prima sede fu il garage di Antonio Spaventa. Trasmettevamo con un apparecchio pieno di «armoniche» che davano fastidio a tutte le televisioni nelle vicinanze; per i primi mesi non avevamo nemmeno un mixer, ma solo un microfono e un mangianastri su cui registravamo la musica. La prima voce a pronunciare il fatidico annuncio: «Prove tecniche di trasmissioni da Radio Villa», fu quella di Angioletto. Proprio in quel periodo trasmettemmo la nostra prima pubblicità, quella di Luigi Stanziani, il cui slogan recitava: «La lavatrice perde acqua? La vostra radio o il televisore a valvole fanno i capricci? Niente paura: Luigi Stanziani penserà a ripararli!»

Nel prossimo appuntamento vi racconterò del primo vero trasmettitore e del primo mixer, acquistati da un tecnico di Castel di Sangro, un certo Carmine Ricci, e della seconda sede dopo il garage. Qui entrerà in ballo la storia con Don Vincenzo Fioriti e il compromesso che dovemmo accettare: lui ci diede un locale della Chiesa in cambio della diretta radiofonica della Santa Messa domenicale. Ci incazzammo tantissimo per questa sorta di «scambio forzato»; ricordo soprattutto gli improperi di Giuliana e Peppino Pratarelli nei confronti di Don Vincenzo. Alla fine, però, trovammo un accordo, anche perché Don Vincenzo Fioriti era un prete onnipresente, sempre in prima linea in tutte le iniziative del paese dedicate ai giovani.

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Radio Villa Centrale: Quando le onde radio diventavano magia

Anche oggi vorrei sbloccare un altro ricordo, invitato da Pasquale Cappellone. Lui, con un suo post, mi ha spinto a ricordare qualche aneddoto legato a Radio Villa Centrale. In verità i ricordi sono tantissimi e la mia memoria comincia a vacillare, e non di poco. Forse ricordare è, senza dubbio, un modo per riavvolgere il nastro della vita, ma è anche un momento che... ecco, mi emoziona. Perché quel nastro si è riavvolto tutto in un attimo, sfumando i contorni del tempo: le corse su per Monteferrante (si saliva passando per Colledimezzo, Silvana Di Fiore, mannaggia a te!). Va da sé che, un giorno sì e l'altro pure, ci andavamo io, Rocco, Pino con la sua 500 rossa (naturalmente senza patente) e il nostro amatissimo presidente, Giovanni. Proprio in quella piazzetta di Monteferrante, quando la sera quasi avvolgeva il buio offuscando ogni cosa, Giovanni incontrò alcune persone nelle vicinanze del ponte radio ed esclamò: «Ci sono le ragazze?!». Ovviamente chi sostava lì lo guardò con un'aria tra il «Ma questo chi si crede di essere?» e il «Guarda che non ti aspettava nessuno». Giovanni, infatti, era convinto che quelle ragazze fossero lì apposta per lui, mentre la gente lo fissava come se fosse sceso da un altro pianeta; in realtà, magari stavano solo passando o aspettavano i propri amici.

Vorrei ricordare quando, e non so perché, insieme a Rocco decidemmo di inventarci delle dediche da Pasquale a Filomena. Filomena era ed è un'amica, così come Pasquale, ma loro due non si conoscevano affatto. C'è stato un momento, soprattutto tra il 1979 e il 1983, in cui, oltre al seguitissimo programma di Claudio dal titolo «Caccia al rumore», ce n'era un altro, «Dedicato a te», in onda tutti i giorni alle 18:00. Il programma era condotto dal sottoscritto, da Rocco (Rocky One) e da Pino. Ebbene, prima di installare il ponte radio a Monte Pallano, lo avevamo posizionato a Monteferrante. Cominciammo a tempestare l'etere di dediche a loro insaputa: da Pasquale per Filomena, soprattutto sulle note di un disco dei Genesis. Erano tutte storie inventate di sana pianta, tanto per sorridere, fare un po' di casino e sentire quelle voci che uscivano dalle antenne fino a diventare magia... Sta di fatto che, per non dilungarmi troppo, Pasquale e Filomena alla fine convolarono a nozze proprio grazie al programma (Pasquale e Filomena, se non è vero, smentitemi!). E adesso, dopo tutti questi anni, resto qui con un sorriso che trema. Radio Villa Centrale non trasmette più, ma dentro di me qualcosa continua a ripetere, piano piano, come un vecchio disco che salta: «Dedicato a te... dedicato a te...». E intanto gli occhi si fanno lucidi, perché il tempo è stato bello, crudele e veloce; noi eravamo giovani e non lo sapevamo. Sono passati anni e, come si dice da queste parti: mannaggia a tutto, mannaggia alla musica, ma è solo un'eco che si perde nel vento di ciò che non tornerà mai più. Resta solo questo battito di ciglia, bagnato di nostalgia.

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1977: Nuovi collaboratori e i 30 watt che puntavano al mare

Sperando di non risultare pesante, vorrei proseguire con il racconto di alcuni aneddoti legati alla radio: a dire il vero, ce ne sono moltissimi, frammenti di vita che chiedono ancora di essere narrati. Eravamo rimasti al trasferimento nella nuova sede della radio, ospitata in uno dei locali della chiesa San Nicola di Bari; fu proprio lì che riuscimmo a mandare in onda la diretta della Santa Messa domenicale, mantenendo la promessa fatta a don Vincenzo Fioriti. Apro e chiudo una parentesi su don Vincenzo, parroco di Villa Santa Maria: è stato un organizzatore a tutto tondo, un'anima instancabile capace di spaziare dal calcio ai giochi per giovani e ragazzi, dal cinema fino ai tornei di ping-pong, bocce e tante altre attività ricreative. Una delle ultime volte che andai a trovarlo nella struttura dove era ricoverato, insieme a Tiziana, lo ringraziai dal profondo del cuore per tutto ciò che ha saputo costruire e seminare nella comunità di Villa. Lo ha fatto senza mai ricorrere a indottrinamenti, ma con lo spirito limpido di chi agisce con silenziosa dedizione e francescana umiltà. Credo sinceramente che il campo sportivo andrebbe intitolato a suo nome: è un mio pensiero che porto nel cuore. Quello stesso giorno lo abbracciai e gli dissi: «Caro don Vincenzo, al di là delle nostre distanze di fede, sei stato una persona meravigliosa e ci manchi tantissimo». Forse un giorno dedicheremo uno spazio intero per ricordarlo, perché in questo mondo che corre frenetico si rischia di smarrire il valore della memoria e il senso di gratitudine verso chi ha operato per il bene comune.

Tornando alla radio, siamo giunti al 1977, l'anno in cui il nostro staff aprì le braccia a nuovi collaboratori. Tra questi c'era Nicola Di Cicco, che curava un programma di musica classica con una minuziosità e una precisione invidiabili. Per la messa in onda dovevamo cambiare sia la testina che la puntina del piatto perché Nicola portava i suoi dischi personali e, giustamente, non voleva che si rovinassero con le puntine della radio che macinavano dischi su dischi. Preparava il palinsesto e i testi scrivendo tutto sulla sua fedele macchina da scrivere; era talmente puntuale che avrebbe potuto spaccare il secondo. Caro Nicola, risuona ancora nelle mie orecchie quel tuo: «Non è certamente il volo del calabrone…». In quel periodo entrarono a far parte della squadra anche Antonio Colaizzi, Claudio Sabatini, Domenico Marchitelli, Evaldo e Tonino Pavia, insieme a Tino Di Toro, portando nuova linfa ai nostri sogni. Nel frattempo, Franco Francesco Marchitelli realizzò un lineare da accoppiare al trasmettitore per aumentare la potenza: a suo avviso, con quei 30 watt saremmo potuti arrivare fino al mare. In realtà riuscimmo appena a sfiorare Borrello, ma fu sufficiente perché Antonio Pratarelli riuscisse a stringere un accordo pubblicitario con il proprietario dello stabilimento dell'epoca, il Sangros Beach. Antonio, storico autista della linea Cerella sulla tratta Villa Santa Maria-Agnone, si sentiva parte integrante del progetto, anche perché i suoi figli erano l'anima della radio. Forse mi sono dilungato troppo, trascinato dai ricordi. Nel prossimo appuntamento vi racconterò del nuovo cambio di sede, segnato dall'innesto di nuove figure, soprattutto femminili, che spero di riuscire a ricordare tutte, quando ci trasferimmo nei locali del vecchio Milan Club Gianni Rivera, in via Gradini Ponte. Perché, per chi non lo sapesse, prima ancora della radio fondammo proprio quel club. Eravamo poco più che bambini, con il cuore gonfio di speranze e le tasche drammaticamente vuote, testimoni di un tempo in cui bastava un'idea e qualche amico sincero per sentirsi padroni dell'universo. Un tempo che oggi appare sfocato, avvolto in quella nebbia dolce e un po' amara di ciò che è stato e che, come diceva il buon Faustino Di Cicco, è «il tempo che giammai ritornerà».

— Mauro Carbonetta
PUNTATA 2 1978 – 1979

1978 – Frequenze ribelli e incontri da Onofrio

Proseguendo con il 1978 e l'inizio del 1979, la sede della radio cambiò indirizzo, anche perché don Vincenzo Fioriti lasciò Villa e determinate dinamiche interne mutarono. Fu così che affittammo il locale che, anni prima, era stato la sede del Milan Club. In quel periodo si avvicendarono molti collaboratori occasionali: ricordo, ad esempio, alcune trasmissioni condotte da Luciano Di Biase e poi, sebbene la memoria possa ingannarmi, Donatella, Antonella, Anna Di Paolo, Patrizia, Donatella, Teresa, Eva, Lucia e mia cugina Tiziana, Lucio e Anna Pellicciotta. Sicuramente dimentico qualcuno e me ne scuso, ma si trattava, appunto, di collaborazioni di brevissimo periodo. Nell'estate di quell'anno, Remo La Rosa si improvvisò presentatore per illustrare l'album di Francesco Guccini «Via Paolo Fabbri, 43»; nonostante il disco fosse uscito nel 1976, Remo si soffermò a lungo sul brano «Il pensionato», spiegandone il testo. Un giorno fummo contattati dal prof. Mario Giordano in veste di agente SIAE e, com'è ovvio, iniziò a farci «una testa così» a causa delle registrazioni e di tutte le scartoffie burocratiche da compilare. Ce lo disse a modo suo, con parole colorite, poiché a suo parere eravamo dei «fuorilegge». «Vi rendete conto?» esclamò. «Oggi pomeriggio scendete da Onofrio; ci vediamo lì, così vi porterò i registri e i bollettini da pagare.» Ci chiedemmo perché avesse scelto il bar di Onofrio invece di riceverci a casa sua; la risposta fu chiara poco dopo: ci fece capire che, se ci avesse invitato a casa, avremmo dovuto pagare, mentre da Onofrio tutto sarebbe finito a «tarallucci e vino». Il prof. Giordano ci rassicurò: «Continuate pure, poi ci penserò io a sistemare la vostra posizione», non mancando di darci affettuosamente uno schiaffo sulla nuca, a metà tra un rimprovero e una carezza. Ripensandoci oggi, mi rendo conto di quanto fosse diverso quel mondo: c'era una bonomia, un'umanità nel risolvere i problemi che oggi, tra algoritmi e fredda burocrazia digitale, sembra appartenere a un'altra era; quel suo modo di fare, pur rigoroso a parole, nascondeva la volontà di vederci crescere piuttosto che sanzionarci.

Un altro aneddoto è legato alle «armoniche» che il nostro trasmettitore emetteva, disturbando i televisori del quartiere. Scesero furibondi prima Armanduccio e poi Nicolino Finamore (Caneloro), i quali, con un tono tra l'irritazione e il grottesco, lamentavano che sullo schermo vedevano Corrado ma sentivano le nostre voci sostituirsi alla sua. Alla fine, con estrema nonchalance, si presentò anche Armando Maiocco (alias Armandone o Armando Savini), il quale minacciò di chiamare i carabinieri poiché la sua televisione era diventata completamente nera e non riusciva più a vedere nulla. L'ultimo ricordo è dedicato a una trasmissione per bambini condotta in studio da Giovanni e Giacomo Iezzi: parteciparono tantissimi piccoli ascoltatori che, alla fine, si ritrovarono loro malgrado ad assistere a una scazzottata tra i due presentatori, con Giacomo che finì KO (non ho mai compreso i motivi del litigio). Nello stesso anno cambiammo altre due sedi. Nel prossimo racconto vi parlerò della nuova sede che prendemmo verso la fine del 1979: un locale più comodo (da Mascioli) dove allestimmo anche uno studio di registrazione; da lì partì una nuova avventura per la radio, che iniziò a riscuotere sempre più consensi e successi. Chiudo questo capitolo con un pizzico di malinconia, ripensando a quei tempi pionieristici in cui bastava un'armonica fuori posto o un incontro da Onofrio per sentirsi parte di un sogno che, seppur tra mille difficoltà e traslochi, stava per cambiare per sempre le nostre vite e il modo di raccontare il nostro mondo.

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1979 – Il Giardino dei Semplici

Come promesso, ogni tanto vi racconterò qualche aneddoto legato a Radio Villa Centrale, nata nell'aprile del 1976 a Villa Santa Maria e precisamente nel garage di Antonio Spaventa. Apro adesso un cassetto della memoria che sa di vinile, bobine e notti passate in consolle. Lo faccio con un nodo alla gola, perché Franco Caliendo, fondatore de Il Giardino dei Semplici, è scomparso pochi giorni fa. E allora questo ricordo diventa anche un saluto. Debbo dire con tutta sincerità: non avevamo mai mandato in onda una canzone di questo gruppo. Eppure... Nel 1979 uscì l'LP «B/N Bianco e Nero», e chi come me era a Radio Villa Centrale sa bene che non fu una scelta, ma un vero e proprio ordine di servizio della mitica LAB3 di Milano: dovevamo lanciarlo a tutti i costi. Per una settimana intera andarono in onda interviste, saluti, stacchi e brani. Il Giardino dei Semplici era ovunque, in ogni ora del giorno. Una martellatura affettuosa, come solo la radio sapeva essere. E dire che il gruppo aveva già alle spalle successi enormi, quelli che canticchiavamo tutti: «M'innamorai», «Vai», «Tu ca nun chiagne», «Concerto in La Minore», «...E amiamoci», «Miele». Ma torniamo al 1979. Quell'anno il gruppo venne anche a Villa Santa Maria in occasione delle feste di ottobre. Ricordo che ci presentammo e parlammo di musica insieme al gruppo. Una di quelle serate dove musica e amicizia si confondono. A un certo punto Alfredo Talone, guardando il gruppo e la gente intorno, disse in tono scherzoso: «Sole chisse ci mancavene a la Ville.» Detto con affetto. Fu un abbraccio generale e passammo una bellissima serata insieme. Nel 1978, l'anno prima di tutto questo, al campo sportivo di Villa Santa Maria si tenne un altro evento importante: il concerto degli Alunni del Sole. Ricordo che andammo con un Revox a bobine per registrare! Quando tutto finì, il caro e buon Attilio, con un tono scanzonato, ci disse: «Non vi riconosco più! Come avete fatto a intervistare gli Alunni del Sole e la loro Liù, quando mandate in onda brani di Guccini, Lolli, De Gregori, Venditti?»

Ecco, queste sono pillole. Perché la storia e tante persone vanno ricordate. I ricordi sono fili invisibili che legano il passato al presente, mattoni di un muro che non vorremmo vedere crollare mai. Sono ciò che resta quando le voci tacciono, quando le radio spengono i trasmettitori. Ma se li condividi, quei ricordi non muoiono. Continuano a parlare, come quella vecchia bobina che gira ancora. Grazie a chi c'era. Grazie a chi ricorda.

— Mauro Carbonetta
PUNTATA 3 1979 – 1980

La radio a colori: notti insonni, ponti radio e il profumo del vino cotto

Prima di continuare con alcuni aneddoti legati a Radio Villa, vorrei fermarmi un istante a riflettere. A volte, senza scomodare gli strizzacervelli, sento che la realtà di oggi e il ricordo di allora creano in me un contrasto doloroso, una malinconia sottile che sfuma nel pessimismo. Ciò che vorrei emergesse è proprio quella realtà di un tempo, fatta di successi condivisi e di un futuro che sentivamo a portata di mano; oggi, invece, tutto appare più cupo e la solitudine la fa da padrona. Con questo spirito nel cuore, riprendo il filo della memoria dal nuovo locale di Mascioli, situato nella parte alta del paese, che segnò alla fine del 1979 un momento di totale trasformazione per la nostra radio. Fu un periodo di grandi cambiamenti: molti dei primi collaboratori purtroppo lasciarono l'emittente e per noi iniziò un cammino non facile, ma alimentato da grandi speranze. Allestimmo i nuovi spazi dividendo l'ambiente in due stanze, una adibita a studio di registrazione e l'altra a studio di trasmissione. All'ingresso, approfittando della presenza di un caminetto, organizzammo nel tempo bellissime serate e grigliate, spesso deliziati dalla signora Ernestina Mascioli, la gentilissima nonna di Guisi che abitava nelle vicinanze; ci portava torte e dolci fatti in casa, il tutto accompagnato dal vermut. Molto spesso incontravamo la piccola Guendalina. Anche in questa nuova sede, però, avemmo dei problemi con l'inquilino del piano di sotto, un certo Sandro Di Franco, il quale non sopportava il volume delle nostre casse e il passaggio continuo davanti alla sua abitazione, tanto da denunciarci alla pretura di Villa Santa Maria. Nel frattempo cercammo di far capire a «Zi Sandrino» (lo chiamiamo affettuosamente così proprio da quel giorno) la nostra buona fede, assicurandogli che avremmo fatto più attenzione. Dopo alcuni mesi Sandrino si ricredette e ritirò la querela; forse, vedendo Ernestina portarci quasi ogni giorno biscotti, tra cui i Bucaneve, e pizze, anche lui insieme alla moglie iniziò a portarci frutta, dolci, marsala e a volte persino dell'ottimo vino cotto, che stordiva solo all'odore.

Proprio da Mascioli iniziammo a trasmettere con un ponte radio a 10 gigahertz autocostruito da Franco Marchitelli, che portava il segnale al trasmettitore installato a Monteferrante. L'idea era buona, ma c'erano dei limiti tecnici: quando a Villa il sole era già tramontato mentre a Monteferrante era ancora vivo, il ponte usciva fuori frequenza e smetteva di funzionare. Rimediammo contattando un tecnico di Castel di Sangro. Non sto qui a raccontare le ore e ore passate di notte nel suo laboratorio ad attendere che riparasse o modificasse un lineare di potenza: in genere Rocco rimaneva a dormire nella 127 color bordò, mentre io e Pino restavamo impalati ad aspettare le ore piccole. Spesso, dopo aver finito a Castel di Sangro, ripartivamo che quasi albeggiava verso Monteferrante per rimontare il trasmettitore senza aspettare la mattina, quindi potete immaginare quanto fossero preoccupate le nostre madri; all'epoca non c'era il telefonino per rassicurarle. Grazie a quel segnale sparato da Monteferrante, riuscimmo finalmente ad arrivare fino a Roccaraso e in tutto l'Alto Sangro, coprendo anche una piccola parte della Val di Sangro fino a sfiorare Atessa. Ricordo un'ascoltatrice, Giusi di una contrada di Atessa, che ci chiamava spesso per confermarci la qualità del segnale e richiedere dediche a gogò, così come Rosetta Barbacane, un'altra delle nostre fedelissime ascoltatrici.

Iniziarono nuovi programmi con Giuseppe Sabatini (Joseph) ed Evaldo Pavia, che curava le dirette delle partite di calcio del Villa. A questo proposito, ricordo due dirette, una a Guardiagrele e una a Miglianico. Luciano Trivellato e Tino Di Toro ci promisero che, con un trasmettitore a onde corte e un'antenna lunghissima, saremmo riusciti a trasmettere da Guardiagrele fino a Villa. Aiutati da Tonino Mascioli a montare l'antenna, con me al trasmettitore ed Evaldo pronto per la radiocronaca, il risultato fu una «cilecca» totale: non riuscimmo a collegarci perché quel trasmettitore arrivava fino in America, ma tra Guardiagrele e Villa non si sentiva nulla. Evaldo fu costretto a fare la spola tra una cabina telefonica a monte di Guardiagrele e il campo sportivo. Si aggiunsero poi i programmi con Domenico Marchitelli, il «Rocchettaro» Domenico Pasquini, che inventò lo slogan della «radio a colori», e la coppia formata da Antonio Colaizzi e Giuseppe Sabatini. Gli ascolti erano elevatissimi, in particolare per il programma di richieste musicali «Dedicato a te», condotto da Rocco, Mauro e Pino (in onda alle 18:00 e alle 21:00), seguito da «Caccia al rumore» e «Il notturno», entrambi con Claudio. Proprio Claudio inventò uno stile che anticipava quello di Renzo Arbore; ci arrivò già nel '79, mentre il celebre «Quelli della notte» di Arbore andò in onda solo nel 1985.

Avevamo contatti prestigiosi come lo Studio P3 di Milano, la LAB, che ci inviava settimanalmente pacchi di 33 e 45 giri, e lo Studio Veronica. Ci proposero un giovane Fabrizio Frizzi ma non ci convinse molto, anche se trasmettemmo la sua rubrica «La frittata». Scartammo anche Claudio Cecchetto, considerandolo più un imprenditore di sé stesso, mentre per noi il disc jockey per eccellenza restava Federico l'Olandese Volante. Stringemmo accordi con Radio 7G7 di Pescara del giornalista Gianni Lussuoso e iniziarono le trasmissioni del professor Faustino Di Cicco con «Terza pagina» e del figlio Pasquale con «L'avvocato risponde». Nel prossimo appuntamento vi parlerò delle dediche, di «Caccia al rumore», della partecipazione occasionale di Otello Beneduce e delle cene offerte dalla farmacia di Quadri, il cui figlio Nico era un nostro affezionato ascoltatore. Vi racconterò anche di quella ragazza somigliante a Nicolette Larson che scendeva apposta da Quadri per venirci a trovare: a volte arrivava con la sua 127, altre prendeva il treno della Sangritana, portando con sé i capelli lunghissimi e quella treccia che quasi toccava terra. Mi fermo qui per ora, con lo sguardo rivolto a quei giorni di polvere, cavi e sogni, sentendo però addosso tutto il freddo di questa solitudine moderna, dove le frequenze sono pulite ma i cuori sembrano molto più distanti.

— Mauro Carbonetta
PUNTATA 4 1980

Reality e tralicci: memorie radiofoniche del 1980

Era il 1980 quando, per ragioni ormai sfumate nella memoria, cambiammo per l'ennesima volta la sede della radio. Approdammo nella zona bassa del paese, in una posizione decisamente più comoda e vicina alle nostre abitazioni. All'epoca trasmettevamo ancora tramite il ponte di Monteferrante, ma avevamo già in testa un'idea fissa: compiere un ulteriore sforzo logistico e tecnologico per raggiungere la vetta di Monte Pallano. Prima di addentrarmi nei racconti di quell'installazione, va ricordato che in quell'anno scoppiò una vera e propria «bomba» discografica: Reality di Richard Sanderson, il tema portante del film Il tempo delle mele. Sapevamo che sarebbe stata richiesta, ma non eravamo pronti a una simile valanga: le richieste per quel brano erano incessanti. Ricordo, in particolare, un gruppo di operai che alloggiavano a San Pietro Avellana: ogni singolo giorno, con una puntualità metodica, dedicavano la canzone alle loro «amiche» di Roio del Sangro e Pizzoferrato. A un certo punto Claudio, esausto, sbottò in un dialetto che non ammetteva repliche: «Siente! E mo basta!». A forza di girare, quel disco finì per consumare non solo la puntina, ma l'intera testina del piatto; e all'epoca, ricomprarle ci costava un occhio della testa.

Finalmente decidemmo di fare il grande passo per il ponte su Monte Pallano e contattammo un tecnico di Ortona, Franchino Della Frana. Le avventure vissute su quella montagna meriterebbero un racconto a puntate; sta di fatto che riuscimmo a installare le antenne, inizialmente quattro dipoli, seguiti nel tempo da diverse direttive per espandere il raggio d'azione, e un finale di potenza tale da spingere il segnale fino a Vasto, Lesina, Lanciano e Pescara, sfiorando Teramo e coprendo tutta la Val di Sangro e parte del Molise. Per noi, andare su Monte Pallano era diventato naturale come uscire di casa per fare due passi. Un giorno, nonostante a Villa ci fossero già quindici centimetri di neve e continuasse a fioccare, decidemmo di salire comunque perché il segnale risultava debole. Partimmo con un trattore gommato dei fratelli Baruffal, Alfonso e Pierino. Non sto qui a descrivere quanta neve ci fosse lungo il tragitto, ma tra i brividi e il gelo riuscimmo ad arrivare in cima. Eravamo in quattro: io, Rocco, Claudio e Pino con Evaldo che restava in studio a monitorarci via baracchino, pronto a intervenire in caso di incidente. In quel periodo credo si salisse quasi ogni giorno; c'era sempre qualcosa da registrare o controllare sulle antenne. Il compito di arrampicarsi sul traliccio spettava a Pino, con la collaborazione di Claudio, mentre noi altri sorvegliavamo le operazioni da terra (forse perché, in fondo, soffrivamo un po' di vertigini). Generalmente si partiva di sera e si faceva notte fonda, ma il lavoro non si fermava neanche nell'oscurità: la radio doveva sentirsi a ogni costo. Nelle serate di cielo terso, lo spettacolo da lassù era mozzafiato: ai nostri piedi brillava un mare di luci che, all'orizzonte, parevano confondersi e stringersi in un abbraccio infinito con il chiarore delle stelle, rendendo invisibile il confine tra terra e cielo. Per capire se il lavoro fosse andato a buon fine e se il segnale arrivasse limpido fino a Lanciano, potevamo contare su Stella, una ragazza del posto che puntualmente ci dava il «via libera» sull'ascolto. Naturalmente, il seguito di Radio Villa Centrale aumentò in modo vertiginoso, come confermato dai dati d'ascolto dell'epoca che suffragavano tutto il nostro intenso impegno. Per un lungo periodo trasmettemmo su due frequenze, poiché restò attivo anche il ponte su Monteferrante che ci permetteva di gestire l'Alto Sangro. Mi fermo qui per questa puntata, perché se aggiungessi gli aneddoti del programma Il Notturno di Claudio con Camillo, lo spazio rock con Floriano e Arsenio di Colledimezzo, o le registrazioni dei nuovi jingle realizzati dalle nostre «leve» Laura, Rosanna e Olivia, il racconto non finirebbe più. E poi ci sono i ricordi legati a due amiche carissime, Giovanna e Sonia. Le raggiungevamo ogni giorno alla Congrega a bordo della 127 rosso bordò di Pino. Alla prossima.

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I veglioni alle «Ginestre» e quel lento interrotto (1982)

Un'altra pillola di ricordi mi riporta a uno dei tanti veglioni organizzati dal ristorante «Le Ginestre» di Villa Santa Maria nei primi anni '80, precisamente nel 1982. Ne abbiamo fatti tanti a «Le Ginestre». I tecnici, cioè coloro che costruivano amplificatori, casse e luci psichedeliche, erano i villesi Antonio Spaventa, Pasquale Cappellone e Franco Francesco Marchitelli. I disc jockey erano gli stessi: il sottoscritto e Rocco, alias Rocky One. Vorrei fare una premessa: noi tutti facevamo la radio non per soldi; anzi, ed è qui che forse aveva ragione Pino, il quale diceva: «Noi, con tutti i soldi che abbiamo speso di tasca nostra, avremmo acquistato un appartamento a Pescara!». Ritornando alla sera del veglione: eravamo stanchissimi perché bisognava far ballare e animare la serata; qualche volta riuscivamo a fare anche la diretta del veglione collegandoci con un trasmettitore che inviava il segnale al ponte radio principale, così che anche gli ascoltatori potessero seguirci da casa. Ricordo che per un attimo lasciai Rocco in consolle e mi allontanai perché mi scoppiava la testa per via dei troppi decibel e delle casse al massimo volume. Improvvisamente si spensero le luci e si avvicinò una ragazza, che chiese proprio a Rocky One una canzone a cui ero molto legato e mi invitò a ballarla. La canzone era «Anima» di Ron, e mi ritrovai al centro della sala a ballare un lento con una ragazza di Villa, dolcissima e sensibilissima. Io accettai, ma a metà della canzone fui preso da una sorta di inquietudine, tant'è che mi allontanai e lasciai la ragazza da sola al centro della sala (devo dire che fui cafone e scortese nei suoi confronti). Uscii fuori per prendere un po' d'aria; lei mi raggiunse e, molto dispiaciuta, mi chiese perché l'avessi lasciata così. Non le risposi, ma le chiesi scusa per il gesto scortese; lei, però, sapeva che quel brano mi portava lontano da quel contesto e che la mia testa non era lì, ma altrove. Se mi leggerà, non so se ricorderà questo momento: può commentarlo oppure mettere il «mi piace», se vorrà. Nei prossimi giorni vi racconterò altri aneddoti relativi alle feste di istituto a Casoli, Torricella Peligna, Selva di Altino e Villa Santa Maria, oltre ai rapporti con Claudio Cecchetto, l'allora sconosciuto Fabrizio Frizzi, lo Studio Veronica, lo Studio P3 e uno dei più grandi disc jockey, Federico l'Olandese Volante.

— Mauro Carbonetta
PUNTATA 5 1981 – 1983

Sulle frequenze del cuore

Dormo poco e, quando accade, lo faccio male; è allora che mi metto a scrivere. Così, tra un pensiero e l'altro, mi rendo conto che sto giungendo quasi alle ultime battute di questi miei racconti legati al mondo della radio. Nella speranza di non risultare prolisso, vorrei rievocare un episodio che meriterebbe di restare scolpito negli annali delle trasmissioni delle radio libere: il giorno in cui Umberto Finamore, un collega passato per i nostri microfoni come una meteora, sfidò tutti noi, e forse anche se stesso, restando in diretta continua per oltre dodici ore. Iniziò alle dieci del mattino e terminò alle undici di sera: un flusso ininterrotto, tutto di getto, senza mai concedersi una pausa. Umberto era un vero visionario; era fermamente convinto di essere Federico l'Olandese Volante, e di questa sua verità era così pervaso da riuscire a convincerne persino sua madre, Gina. L'ingresso in scena di Otello Beneduce portò una sferzata di autentica creatività: era un autore instancabile che scriveva e recitava le proprie barzellette, collaborando attivamente con il prof. Faustino Di Cicco in diverse rubriche. Insieme davano vita a siparietti che erano il cuore pulsante del nostro intrattenimento. Ricordo ancora quando lo stesso Faustino ci rimproverò severamente durante una trasmissione: eravamo, a suo dire, troppo svogliati nella catalogazione dei dischi. Spesso lui stesso cercava un brano da alternare al suo parlato, ma a causa della nostra confusione faticava a trovare la canzone giusta da mandare in onda.

Un giorno, quasi per gioco, Faustino improvvisò un quiz. Il premio consisteva in una o due teglie di ottima pizza offerte dal panificio di Carlo Teti, il cui negozio si trovava proprio nelle vicinanze della nostra sede. Telefonò un'amica di Quadri, Graziella. Quando Faustino le chiese il nome, lei rispose «Graziella», ma lui capì «Scarsella». Il malinteso proseguì per diversi minuti finché Faustino, convinto che si trattasse di uno scherzo telefonico, alla fine riattaccò ed esclamò stizzito: «Ma vedi se una persona si può chiamare Scarsella!». Nel frattempo, la radio cresceva anche tecnicamente: il nostro presidente Giovanni Iezzi acquistò un registratore a bobine, due microfoni fiammanti e un mixer professionale, mentre Franco Marchitelli realizzò artigianalmente il decoder per trasmettere in stereofonia. Vedere accendersi quella spia rossa sulle radio degli ascoltatori, segno inequivocabile del segnale stereo, ci riempiva d'orgoglio e ci rendeva unici: a quei tempi, trasmettere con quella qualità non era affatto scontato. Intanto, il programma delle dediche continuava a macinare ascolti, e faticavamo non poco a gestire le centinaia di telefonate che arrivavano.

Quadri, per noi, era diventata una seconda casa nel senso più nobile del termine. L'anima di quella comunità era così genuina da farti sentire parte di una famiglia allargata, un abbraccio collettivo che non chiedeva nulla in cambio se non la gioia di stare insieme. Ricordo con affetto il farmacista del paese, originario di Pescara, di cui purtroppo non ricordo il nome, che ci invitò più volte a casa sua perché il figlio piccolo, Nico, era innamorato del nostro programma. Ci fece tantissimi doni, ma non scorderò mai la generosità con cui ci regalava la carne: in occasione di un mio compleanno ne cucinammo moltissima, festeggiando insieme a Rocco e Pino a casa mia. Dovrei fare un lungo elenco delle ragazze conosciute a Quadri, ma mi limito a ricordare colei che chiamavo amichevolmente Nicolette Larson per via dei suoi lunghissimi capelli, a volte raccolti e a volte legati in una treccia che accarezzava i passi di quella giovinezza che sembrava non dover finire mai. Era la nostra «zingara», così sottile che pareva disegnata con un tratto di matita leggero, una figura esile che quasi svaniva nel vento. Ricordo ancora le volte in cui mi chiedevi «Amico» di Renato Zero e le centinaia di canzoni di Rosalino che mi hai dedicato: un ricordo che resta nitido.

Lo stesso calore lo abbiamo riscontrato a Colledimezzo, a Monteferrante e a Roio del Sangro. Desidero inviare un pensiero particolare a Silvana di Colledimezzo e ad Angela di Monteferrante, anche se oggi credo non sia più in paese: lo faccio perché certi legami, nati tra le frequenze della radio e cresciuti tra le strade dei nostri paesi, restano impressi nella memoria come una firma indelebile sul cuore. C'è poi Tony, uno speaker di Villa Santa Maria che si innamorò perdutamente di una ragazza di Ateleta. Per vederla prendeva un giorno sì e uno no il treno della Sangritana. Oggi quel treno non corre più e i binari sono scomparsi, ma Tony percorre quegli stessi chilometri con il pensiero. Non è più la corsa spensierata verso il sole di allora, ma un pellegrinaggio silenzioso verso il cimitero di Ateleta. Va a trovare un amore che il tempo ha reso eterno, parlando ancora con chi, in fondo, non ha mai smesso di ascoltarlo. Concludo la puntata di oggi salutando con affetto il nostro disc-jockey per antonomasia, che veniva d'estate da Roma: Paolo Marchetti, un vero luminare della dance di allora. Nella prossima puntata vi racconterò del nuovo cambio di sede, dell'installazione del ponte su Monte Pallano e dei «notturni» di Claudio insieme agli amici di Villa; ma soprattutto ricorderò gli amici di Colledimezzo e le nostre corse verso la congrega.

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Oltre le stelle: cronache di radio e di grazia

Mentre scrivo, in sottofondo scorrono le note di un concerto live di Lucio Dalla con gli Stadio; siamo negli anni '80 e l'aria vibra sulle canzoni che allora facevamo girare senza sosta in radio. Ogni tanto la chitarra di Ricky Portera irrompe con i suoi attacchi taglienti e tutto sembra calzare a pennello con i ricordi che stanno riaffiorando oggi; d'altronde, con così tanti aneddoti, è facile fare confusione. Ricordo in particolare due ragazze della Congrega che dovevamo convincere a tutti i costi ad ascoltarci. Non era un'impresa facile, anzi, impiegammo ore, giorni e mesi: criticavano aspramente le nostre scelte musicali, sostenendo che quelle «canzonette» non rispecchiassero affatto le loro vedute (e in questo, devo dire, ce l'avevano specialmente con me). Giovanna e Sonia erano amiche affiatate, unite da un legame profondo nonostante i caratteri così diversi. Giovanna era una rocchettara convinta, una di quelle che sapeva «menarti» con le parole per ore, senza fermarsi un istante, pur di spiegarti perché non condivideva un certo genere. Era uno spasso sentirla parlare a raffica: «da oggi in poi», esclamava con fermezza, «voglio che mandiate in onda i Deep Purple, i Led Zeppelin e Neil Young… e dovete dedicarli a me!». Giovanna era così: franca, diretta, non te le mandava certo a dire. Oggi che la sua voce si è spenta, resta il ricordo nitido di quella sua forza testarda e sincera; mi piace pensarla ancora lì, con i suoi dischi rock tra le mani, fedele a sé stessa e a quel suo spirito che non accettava compromessi.

Poi c'era Sonia, silenziosa e un po' introversa, capace di fulminarti con uno sguardo, ma sempre in senso buono; devo dire che era dotata di una sensibilità e una dolcezza che andavano oltre le stelle. Un giorno mi disse: «Io so che a te piace Ron; ecco, visto che piace anche a me, posso fare lo "sforzo di ascoltarvi".» Colsi l'occasione al volo e le risposi: «allora da oggi in poi, nel nostro programma, ti dedicherò un brano che si chiama Stelle di dicembre». Lei sorrise e acconsentì, a un patto: mi chiese di trasmettere sempre tutte le canzoni di Ron e aggiunse: «bene, però che siano solo per me; se mi accorgo che le dedichi ad altre, spengo la radio.» Da allora riuscimmo finalmente a convincerle a seguirci. Un pomeriggio, sapendo quanto fossi innamorato dell'arte, mi invitò a visitare la Chiesa del Santissimo Rosario: sua nonna ne aveva le chiavi e potevamo restare soli con tutta quella bellezza. Passammo insieme l'intero pomeriggio fino a farci buio, avvolti dal silenzio di quell'unica navata dove il barocco esplodeva in ogni dettaglio, tra stucchi dorati e decorazioni elaborate che sembravano prender vita nella penombra. Io portavo con me un walkman con la radio e le cuffie perché dovevo restare in ascolto, attento che il registratore a bobina in studio non finisse proprio sul più bello. Ancora oggi mi accompagna una sottile malinconia pensando alla dolcezza di quel pomeriggio condiviso tra i riccioli di marmo e il fruscio del nastro. Grazie per quel tempo: da qui in avanti, ogni volta che passeranno le note di Ron o la poesia di Anna e Marco di Dalla, saranno ancora e per sempre un pensiero dedicato a te. Prima di concludere l'intervento di oggi nel ricordare aneddoti legati alla radio, spero di parlarvi presto del Notturno di Claudio. È un passaggio importante: come anticipavo nelle scorse puntate, Claudio ideò un programma simile a «Quelli della notte» di Arbore, con l'unica, straordinaria eccezione che lo fece con ben cinque anni di anticipo. Alla prossima puntata.

— Mauro Carbonetta
PUNTATA 6 Epilogo · 1983–1984

L'ultimo battito delle frequenze e la mia stella

Questa è l'ultima puntata, l'atto finale di un racconto che ha attraversato il tempo e lo spazio. Era un tardo pomeriggio del 1983 quando, di ritorno da Torricella Peligna, il suono della radio si spense all'improvviso, lasciando spazio a un fruscio vuoto. All'inizio pensammo al solito guasto tecnico, a un transistor bruciato, e decidemmo di aspettare il mattino successivo per andare a controllare. Ma una volta arrivati sul posto rimanemmo impietriti: non c'era più nulla. Le antenne svettavano ancora, inutili e spoglie, ma i ponti radio erano spariti. Subimmo un furto che ci lasciò senza fiato proprio nel momento del massimo splendore; un nostro collaboratore pubblicitario di S. Eusanio del Sangro era appena riuscito a garantirci contratti con due grandi ditte, tra cui una di Lanciano. Sarebbero state manne dal cielo, la linfa economica per sognare in grande. Ricordo ancora la solidarietà di Sandro Stanziani, il papà di Antonella: non appena seppe dell'accaduto si mise subito a completa disposizione per aiutarci ad acciuffare i ladri, ma purtroppo fu tutto inutile.

Sembrava la fine, ma la voglia di fare radio era più forte della rassegnazione. Dopo alcuni mesi, insieme a Claudio, Rocco e Gennaro di Montelapiano, affittammo un terreno dal signor Di Santo di Sambuceto, contrada di Bomba su Monte Pallano, per ricominciare da zero. Ricordo ancora quelle giornate intere passate a fare i manovali sotto il sole, a costruire con le nostre mani un casotto per i nuovi impianti. A guidare i lavori, realizzandola di sana pianta, fu Gennaro Ciampaglia insieme a Claudio, facendo avanti e indietro con un camioncino pieno di mattoni, ferro e cemento messo a disposizione gratuitamente dal mastro Roberto Scopino. Riprendemmo le trasmissioni, ma era un cammino in salita. Il ponte su Monteferrante lo spostammo su Monte Pallano per dare vita al nuovo impianto: una scelta obbligata dalla mancanza di fondi che ci costrinse, per un certo periodo, a trasmettere soltanto su Villa Santa Maria. Ma non ci fermammo e, intorno alla metà del 1984, proprio da Monte Pallano i programmi ripresero il loro corso regolare.

In quel periodo io e Tiziana ci conoscevamo già da qualche anno, ma fu tra i cursori del mixer e le luci dello studio che accadde qualcosa di nuovo, invisibile e potente. Iniziammo a parlarci attraverso la musica, affidando alle frequenze della radio quello che a voce, a volte, non osavamo dirci. Sia io che lei scegliemmo una canzone in particolare, un brano che sembrava scritto apposta per noi e che ci legava il cuore in un abbraccio di note, diventando il nostro porto sicuro: Buonanotte fiorellino di De Gregori. Quella melodia, che apriva e chiudeva lo spazio delle dediche, divenne il respiro del nostro legame, la colonna sonora di un viaggio che allora credevamo infinito. La foto che vedete nasce proprio da un autoscatto della reflex che appoggiammo sul cruscotto della nostra inseparabile Renault 4 rossa, testimone silenziosa di quel tempo.

Oggi Tiziana non c'è più, ma quella melodia non ha mai smesso di risuonare. Buonanotte fiorellino non è stata solo una sigla; è stata la carezza costante che ci siamo donati fino al suo ultimo istante, la ninna nanna sussurrata piano. Tiziana è stata la mia stella, la luce vibrante che ha dato un senso al mio navigare e che continua a brillare, ferma e purissima, nel firmamento dei miei ricordi. Quel brano è rimasto lì, sospeso tra il microfono e il cielo. Ora, quando ogni giorno vado a trovarla, il mio sguardo si perde tra quei marmi bianchi immersi nel silenzio, risalendo piano come a cercare un segnale smarrito: incontro gli occhi di Claudio, ritrovo poco più in là il sorriso caro di Giovanna e scorgo, in un abbraccio di memoria, i volti dei professori Faustino e Mario Giordano, di Domenico con la sua radio a colori e di Umberto. È come se la radio fosse ancora lì, un'ultima frequenza invisibile che ci tiene tutti uniti. Infine mi siedo di fronte a Tiziana: resto immobile, con una dolce malinconia tra le margherite e i fiori di lillà, perso in un vuoto che nessuna musica può più colmare. In quel silenzio assordante sento il peso di tutto ciò che è stato e che non tornerà, mentre il cuore si stringe in una morsa di infinita malinconia, cercando tra le lacrime quelle parole che il tempo, implacabile, ha reso eterne:

«Gli uccellini nel vento non si fanno mai male
Hanno ali più grandi di me
E dall'alba al tramonto sono soli nel sole
Buonanotte, questa notte è per te.»

Fine del ciclo di memorie di Radio Villa Centrale.
Grazie a chi c'era. Grazie a chi ricorda.

— Mauro Carbonetta
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