La bellezza imprigionata dal tempo

Questa mattina, dopo tanti anni, sono riuscito ad affacciarmi sulla soglia della Chiesa del Santissimo Rosario di Villa Santa Maria (la chiesa della Congrega). Mezzo metro, non di più, per motivi di sicurezza. Ma guardando queste fotografie che ho scattato e che pubblico, la navata che si stende verso l'altare maggiore, le panche di legno consumato dal tempo, la luce che filtra dalla finestra sulla volta a botte, gli stucchi che ancora resistono nonostante il degrado, ho sentito qualcosa riattivarsi nella memoria, un'emozione antica che finalmente ho compreso.
È la stessa atmosfera che ho respirato pochi giorni fa nel Santuario del Miracolo Eucaristico di Lanciano. Stessi stucchi bianchi che danzano sulle pareti, stessi angeli alati scolpiti nel gesso in posizioni dinamiche, stessi marmi policromi nelle tonalità del rosa e del verde che brillano negli altari laterali, stessa volta a botte con lunette che abbraccia lo spazio creando giochi di luce e ombra. Il filo invisibile che lega questi due luoghi è Nicola Ranieri di Guardiagrele, il grande maestro del '700 abruzzese, che ha lasciato la sua impronta in entrambi gli spazi, operando e dipingendo sia per il Santuario del Miracolo Eucaristico di Lanciano sia per il Santissimo Rosario di Villa Santa Maria.
Le due chiese rappresentano esempi eccellenti del barocco abruzzese del XVIII secolo: la Chiesa del Santissimo Rosario, con la sua facciata in pietra locale che cela un interno barocco a navata unica, e il Santuario di Lanciano, che presenta una facciata gotica borgognona ma un interno completamente trasformato in stile barocco tra il 1730 e il 1745. Il barocco, con le sue linee curve, le decorazioni abbondanti, gli effetti teatrali della luce, l'integrazione tra architettura, scultura e pittura, mirava a coinvolgere emotivamente il fedele, creando spazi di intensa spiritualità e bellezza. Entrambe le chiese esprimono questa sensibilità attraverso gli stucchi bianchi, i marmi policromi, gli angeli danzanti, le volte affrescate (quelle di Villa Santa Maria appena accennate, forse il tempo le ha definitivamente distrutte) e gli altari dorati.
Mentre ero lì, sulla soglia, ho notato i dettagli che raccontano la storia di questo luogo: la pietra con la data 1639 incisa sulla facciata esterna, che testimonia l'inizio dei lavori di costruzione; la croce in pietra e il cherubino alato sopra il portale, simboli di consacrazione e protezione; gli abiti processionali della Confraternita, quei paramenti blu e oro ammassati sulle panche, un tempo indossati con devozione dai confratelli nelle processioni del Rosario.
La Confraternita del Santissimo Rosario di Villa fu istituita qualche decennio dopo la vittoria di Lepanto del 1571, quando Papa Pio V attribuì alla Vergine la vittoria della Lega Santa contro l'Impero Ottomano, istituendo la festa della Madonna del Rosario. In tutta Italia nacquero confraternite dedicate al Santo Rosario e anche Villa Santa Maria volle la sua. La chiesa fu sede della Congrega fino alla metà del Novecento, quando essa si estinse e la giurisdizione passò sotto la parrocchia di San Nicola.
Le confraternite in Abruzzo erano molto diffuse: tra il XVI e il XVIII secolo esistevano 868 confraternite in 721 centri della regione, testimonianza di un tessuto religioso e sociale vivace e radicato. La Confraternita del Rosario era tutelata spiritualmente e seguiva le tradizioni devozionali legate alla preghiera del Rosario e alle opere di carità.
Gli artisti che hanno lavorato in questa chiesa rappresentano il meglio della produzione artistica abruzzese del XVIII secolo: Nicola Ranieri di Guardiagrele (1749-1850), il maestro fondatore della scuola di Guardiagrele, dipinse la Madonna del Rosario dell'altare maggiore; Pietro De Marinis e Francesco Colecchia, artisti attivi in Abruzzo nel XVIII secolo e legati alla scuola di Ranieri, realizzarono la pala della Madonna Immacolata con Santi in un altare laterale. Il Martirio di Santo Francescano posto lungo la navata è riferibile alla scuola di Nicola Ranieri. L'altare è rivolto a est, verso il sole nascente, seguendo la tradizione millenaria che orientava le chiese verso Cristo luce del mondo.
Particolarmente pregevole è l'organo barocco, collocato sulla cantoria in muratura sopra l'ingresso, che con la sua cassa lignea dorata e le canne disposte a cuspide rappresenta un esempio significativo degli strumenti musicali utilizzati nelle chiese di confraternita abruzzesi del XVIII secolo. L'organo, visibile dalla fotografia della cantoria con i simboli musicali scolpiti nel parapetto, accompagnava le funzioni religiose e le processioni, riempiendo di musica sacra questo spazio. Gli organi barocchi in Abruzzo erano elementi fondamentali della liturgia e della vita musicale delle confraternite, e quello del Santissimo Rosario, pur nell'abbandono, testimonia ancora quella vitalità musicale e devozionale.

Oggi, guardando queste immagini, ciò che colpisce è il contrasto straziante tra la bellezza che resiste e l'abbandono che avanza: le crepe che attraversano le volte, l'intonaco che si sgretola, i cumuli di legno e pietre ammassati davanti agli altari, i paramenti polverosi che giacciono dimenticati. Eppure, proprio in questo stato di sospensione temporale, c'è una bellezza struggente che parla di ciò che è stato e che potrebbe tornare ad essere.
Quando sono andato via, mentre mi allontanavo da quella soglia oltre la quale non si può andare, i ricordi e il senso dell'abbandono mi hanno intristito. Un vento di garbino ha iniziato a soffiare da oriente, quasi come a ricordarmi l'antico orientamento liturgico dell'altare verso il sole nascente, tentando di asciugare i miei occhi umidi, come se volesse portare via con sé la malinconia di tanta bellezza dimenticata. Ho pensato a quanti hanno pregato qui, a quanta fede e bellezza sono state create, e a come tutto questo ora giaccia nell'oblio. Le similitudini con Lanciano sono evidenti, stesso linguaggio artistico barocco, stessa capacità del barocco abruzzese di creare spazi che avvolgono e invitano alla contemplazione, ma mentre lì la chiesa vive e respira nella sua pienezza restaurata, qui a Villa Santa Maria la bellezza è imprigionata dal tempo.
Forse sono stato semplicemente rapito dagli stili di queste due chiese, da quel linguaggio artistico condiviso che sa creare luoghi dove l'anima può ancora respirare. Forse è questo il potere dell'arte: creare ponti invisibili tra luoghi diversi, unendo memorie e emozioni in un unico filo che attraversa i secoli. Ma mentre mi allontanavo, la tristezza per tanto abbandono è rimasta, insieme alla speranza che qualcuno, un giorno, sappia vedere oltre il degrado e creda che questa bellezza meriti di essere salvata.

Tante sono le notizie storiche e artistiche legate a questa chiesa, e credo fermamente che, al di là di tutto, questa sia la chiesa più bella artisticamente parlando tra tutte quelle presenti a Villa Santa Maria. Il motivo è semplice ma fondamentale: mentre nelle altre chiese del paese, nel corso dei secoli, gli stili si sono sovrapposti e confusi, qui, nella Chiesa del Santissimo Rosario, il barocco è rimasto intatto, puro, senza contaminazioni. Questa omogeneità artistica, questa purezza di stile, rende la Chiesa del Santissimo Rosario un vero gioiello, un testimone autentico di un'epoca e di una sensibilità artistica che qui si è espressa nella sua forma più compiuta e armonica.
Un ringraziamento speciale va a Padre Pascal e al Professor Antonio Di Lello, che mi hanno accompagnato in questa visita e mi hanno permesso di riavvicinarmi, anche solo per un istante, a questo luogo di bellezza e memoria.
Spero un giorno, se la salute mi assisterà, di poter raccontare, magari attraverso un volume, tutte le bellezze artistiche di Villa Santa Maria, perché, con molta umiltà, come dicevano i latini, potius abundare quam deficiere.
Mauro Carbonetta