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Palazzo Caracciolo a Villa Santa MariaOggi è una di quelle giornate in cui il silenzio pesa più delle parole. È una di quelle giornate in cui il vuoto non è solo un’assenza, ma un contenitore che si riempie, piano piano, di ricordi. Nel mio studio vedo ancora le tele intelaiate appoggiate al muro, i tubi di colore sparsi, alcuni ormai secchi e induriti dal tempo, e quei pigmenti che avrebbero dovuto dare vita ai due affreschi che Tiziana mi aveva chiesto per la parete esterna della nostra casa. Mi incitava sempre a realizzarli, con quella sua voce che era insieme carezza e vento, convinta che il colore potesse proteggere la nostra dimora e avvolgerci in quelle tonalità che allora esplodevano di vita sulla tavolozza. Ora quei colori rimangono lì, immobili, prigionieri di un tempo che sembra non avere più senso, perché la mano non riesce più a dipingere.
In questo grigio, ho cercato di ritrovare un filo nello scrivere. Mio fratello mi ha letteralmente riempito gli scaffali e saturato la memoria del computer con un’infinità di faldoni provenienti dall’Archivio di Stato di Napoli; tra questi vecchi documenti e atti notarili ne ho scelti alcuni questa sera, perché desidero condividerli con voi, convinto che siano frammenti preziosi per ricostruire l’identità del Palazzo Caracciolo di Villa Santa Maria.
Il racconto ha inizio il 18 settembre 1869. Con un atto rogato dal Notaio Francesco Scotti, il Principe Giuseppe Giudice Caracciolo vendette metà del Palazzo Baronale al signor Florestano de Prospero di Napoli. Ma in quella vendita il Principe pose un limite invalicabile: escluse esplicitamente la Cappella, o Oratorio, di San Francesco Caracciolo, insieme alla relativa sacrestia e i coretti. Quei locali dovevano restare di proprietà della famiglia, custodi del ricordo del Santo che proprio lì, tra quelle mura, officiava il culto.
Il Palazzo di San Francesco Caracciolo a Villa Santa MariaSettant’anni dopo, la storia cambia scenario. Il 23 marzo 1938, a Napoli, presso il Palazzo Cellamare in Via Chiaia 149 A, le eredi del Principe si riunirono davanti al Notaio Roberto Sanseverino. Le "costituite signore" la Principessa Giulia Brunas Serra, anche in veste di tutrice del figlio interdetto, il Principe Francesco Giudice Caracciolo, la Principessa Anna, la Marchesa Maria e la Baronessa Livia Giudice Caracciolo, moglie dell'Ammiraglio Amedeo Acton, presero una decisione sofferta ma necessaria. Constatata l’"assoluta fatiscenza" dei locali, li concessero in enfiteusi perpetua al Rev. Vincenzo Maiocco fu Gaetano, Parroco pro tempore di Villa Santa Maria.
L’accordo prevedeva condizioni che oggi appaiono quasi irreali: il canone fissava la cifra simbolica di Lire Una annua, un segno puramente formale per mantenere vivo il legame sentimentale della famiglia con il proprio antenato Santo. Per quanto riguarda la topografia, i locali, situati nel Rione Fuori La Porta con accesso dalla via Discesa Caracciolo, erano descritti come due vani terranei, confinanti e sottoposti alla proprietà del già citato De Prospero. Lo scopo era nobile: il parroco si assumeva l'onere di riattivare il culto e di mettere in sicurezza la struttura, a beneficio dell’intera comunità e dell’asilo infantile che aveva sede nei piani superiori.
Il filo si chiude il 12 dicembre 1940, in piena epoca bellica. La Principessa Anna Caracciolo presentò una memoria aggiunta per ribadire che quella cessione era avvenuta senza alcun corrispettivo economico. Non si trattava di un commercio, ma di una missione: trasformare una cappella ormai diroccata in un luogo di culto pubblico, sottraendola così alle logiche della tassazione ordinaria in virtù della sua natura sacra.
Oggi guardo queste carte e sento che il grigio di questa giornata somiglia alla polvere depositata su quegli atti: un velo che non cancella la storia, ma ci chiede solo di essere sollevato per tornare a vedere i colori di chi ci ha preceduto.
Spero che questo viaggio nel tempo sia di vostro gradimento. Se vi fa piacere, io continuerò a dettagliarvi aneddoti e a trascrivere atti notarili antichi, perché la storia andrebbe sempre documentata con precisione. Cerco sempre di rendere questi racconti il più leggeri possibile, ma se dovessero risultarvi noiosi, mi fermo qui.
Mauro Carbonetta
Facciata in fase di restauro. Chiesa San Nicola di Bari Villa Santa MariaQuesta sera, ricollegandomi a quanto accennato stamattina, vorrei condividere con voi una piccola riflessione personale a corredo di questa fotografia. Osservando la facciata della chiesa di San Nicola di Bari, si viene colti da un’imponenza monumentale che, a prima vista, potrebbe sembrare antica. In realtà, questo prospetto nasconde una storia molto più recente. Nella fotografia, accanto a questa trasformazione, possiamo vedere le figure chiave che la resero possibile: il parroco di allora, il Rev.do Arciprete Giulio Melatti, l’architetto Armando Sabatini, il geometra Domenico Nardizzi e il mastro muratore D’Amore, che con la sua sapiente manualità tradusse il progetto in materia. Il rivestimento in travertino leccese che ammiriamo oggi fu realizzato tra il 1953 e il 1954. Fu il primo tassello di un programma di aggiornamento artistico voluto proprio da Don Giulio Melatti, in vista del quarto centenario della nascita del nostro concittadino, San Francesco Caracciolo. Erano anni in cui molte chiese venivano sottoposte a simili operazioni di aggiornamento formale, una tendenza diffusa che mirava a ricondurre gli edifici sacri verso un’estetica più solenne. È innegabile che il travertino possieda una bellezza unica, nobile e senza tempo; in particolare, le varietà del travertino piceno e di quello leccese rappresentano eccellenze assolute nella storia dell'arte per le loro straordinarie qualità cromatiche e strutturali. Mi permetto di osservare con umiltà che tale scelta non fu dettata da necessità conservative, poiché la pietra originale era viva e solida, quanto da una precisa volontà estetica figlia del dopoguerra. In quegli anni si inseguiva un ideale di purezza formale: superfici lisce e luminose che trasmettessero ordine, trovando in questa pietra il materiale perfetto per una modernità pulita. Tuttavia, mi sembra che l'applicazione di questo solenne paramento su una facciata nata originariamente per la pietra a vista abbia creato una frattura, finendo per celare quella matericità calda e vibrante dell'anima primitiva della chiesa. Si inserì infine, proprio sopra il portale, la lunetta in mosaico policromo disegnata dallo stesso Armando Sabatini. Al centro spicca l’Eucarestia tra le braccia della Vergine, le cui sembianze richiamano la Madonna in Basilica, affiancata da San Francesco Caracciolo e da San Nicola di Bari, il Patrono, che avvolge protettivo nel suo manto la nostra comunità. In conclusione, credo che l'intervento degli anni Cinquanta non sia stato un semplice restauro, ma una scelta di campo radicale. Un’operazione certamente elegante e ricca di simbolismo, ma che oggi, con la sensibilità del presente, mi sento di leggere come una maschera di gusto moderno che ha voluto ridisegnare l'autenticità storica dell'edificio. Condivido questi pensieri con la speranza di aver dato, nel mio piccolo, un utile contributo al lavoro del comitato.
Mauro Carbonetta

Una serata speciale a Villa Santa Maria

Comitato Bicentenario Dedicazione della Chiesa madreIeri sera ho avuto il piacere di partecipare, su invito del caro amico Alessandro Sabatini, alla cerimonia ufficiale per il Bicentenario della Chiesa Madre di San Nicola di Bari. L’evento, svoltosi nella cornice del Teatro Comunale di Villa Santa Maria, ha visto una serie di interventi di grande spessore che hanno ripercorso la storia e il significato di questo anniversario attraverso le parole del Sindaco, del Parroco Padre Francesco Jannamico, del Prof. Antonio Di Lello, di Alessandro Sabatini e dell’Assessora comunale Ilaria Trivellato. Mi ero preparato qualche appunto per fissare impressioni e pensieri, ma ho visto che Anna ha già pubblicato dei frame della serata, per cui va bene così. Con Alessandro mi lega un’amicizia fraterna, estesa a tutti i componenti del comitato che stanno lavorando con dedizione alla riuscita di questo importante appuntamento. Vedere un coinvolgimento così profondo per la nostra comunità è stato davvero emozionante. Valorizzare le proprie radici è un atto lodevole che merita rispetto e sostegno, poiché ogni sforzo individuale è la pietra che contribuisce a costruire un edificio solido e duraturo. Al di là del valore liturgico, la mia attenzione è rivolta soprattutto all’aspetto artistico e documentale, ambito in cui mi riprometto di offrire un modesto e umile contributo attraverso ricerche condotte con l’ausilio di mio fratello Marco sulla fisionomia originaria della chiesa dove fu battezzato San Francesco Caracciolo. Più avanti, sarà mia cura far recapitare una documentazione fotografica d’epoca che ritrae il mastro muratore D’Amore di Villa Santa Maria proprio mentre lavora alla realizzazione del restauro della facciata. Approfondirò inoltre il progetto dell’architetto Armando Sabatini e la scelta del travertino leccese, da non confondersi con il travertino delle Marche come invece spesso leggo erroneamente. Proprio in merito agli aspetti artistici, mi permetto un piccolo suggerimento tecnico: sarebbe opportuno non definire "affresco" il dipinto sulla volta della navata, poiché si tratta di una tecnica differente. Non sto qui a spiegare le diversità perché ci vorrebbero pagine e rischierei di annoiare, ma vi invito a prestare attenzione a un angolo del dipinto: si nota chiaramente un lembo di tela che pende, cosa impossibile per l'intonaco di affresco. Bisogna infatti considerare che a Villa Santa Maria sono presenti, purtroppo, solo due affreschi veri e propri. Nel contributo che sto preparando, vorrei inoltre valorizzare il ricco patrimonio pittorico interno: oltre alle tele di scuola guardiese realizzate da Francesco Maria De Benedictis, allievo di Nicola Ranieri, merita una menzione, sempre all’interno della chiesa, un piccolo dipinto di Rocco Olivo Castracane, opera eseguita durante i suoi anni all’Accademia di San Luca. Sempre in ambito tecnico, mi soffermerò sulla doratura realizzata negli anni '60 dai fratelli Bravo di Atessa e, soprattutto, su due statue in cartapesta di particolare pregio. In tal senso, cercherò di spiegare le diverse tecniche della cartapesta, ovvero quella leccese e quella napoletana. Spero che queste riflessioni possano arricchire il già ricco materiale in possesso del comitato. La serata è stata un ottimo punto di partenza e l’augurio è che i futuri appuntamenti possano coinvolgere un pubblico sempre più vasto in questo cammino di riscoperta.
Ad maiora!
Mauro Carbonetta
Tiziana Lucente e Mauro CarbonettaNel ringraziare tutti voi e stringere in un unico abbraccio le oltre 5500 persone che hanno guardato con affetto il post della panchina rossa dedicata a Tiziana, vorrei condividere un passo ulteriore di questo viaggio. Qualcuno mi ha suggerito che la nostra non debba restare solo una memoria privata, ma diventare un romanzo vero e proprio. Un libro in cui tutti possano ritrovarsi: la storia di due ragazzi qualsiasi in una storia d'amore. Ho iniziato a lavorarci e a buttare giù appunti, raccogliendo i fili della memoria per trasformarli in capitoli. È un lavoro costante: la mattina scrivo, il pomeriggio rifletto e la sera cerco di rimettere insieme i pezzi. È un impegno che porto avanti giorno dopo giorno e, se ci camperò, spero di vederlo pubblicato entro il prossimo anno. Mi piaceva farvi conoscere un breve passaggio di alcuni versi buttati giù, nati proprio da quegli appunti: ...La bottega di Mauro era un luogo di creazione, ma quel mattino di fine estate divenne un teatro di cuori sospesi. Tiziana scese dalle "Palazzine" insieme ad Adriana, la sua amica. Non portava con sé la voce della radio o del CB, ma un silenzio carico di attesa. Consegnò a Mauro una pagina fitta, una confessione d’amore scritta con una prosa appassionata che profumava di coraggio. Mauro la lesse con il fiato corto, gli occhi che correvano tra le righe mentre il mondo intorno spariva: la bottega, la strada e persino Todi, il suo pastore abruzzese, un gigante bianco che con la sua mole fiera pareva scolpito nel silenzio, testimone solenne di un destino che stava per compiersi. Tutto svanì. Mauro rimase attonito. Non rispose, perché l’emozione gli aveva bloccato il respiro, rendendolo incapace di tradurre in parole il tumulto che gli esplodeva dentro. Tiziana, interpretando quel silenzio come un rifiuto, si sentì mancare. La rabbia, figlia disperata dell’orgoglio ferito, prese il sopravvento. Strappò il foglio dalle mani di Mauro, riducendo i suoi pensieri in mille piccoli petali bianchi che nevicarono sul pavimento. Poi fuggì via, lasciando un vuoto gelido. Ma Adriana, con la delicatezza di chi custodisce un tesoro, non permise che quell’atto di dolore fosse definitivo. Si chinò sul pavimento e, uno per uno, raccolse tutti i pezzetti di carta riponendoli nella borsa. Sapeva che quelle parole spezzate, un giorno, sarebbero tornate a essere un’unica, bellissima storia d'amore. Spero che questo inizio possa emozionarvi quanto emoziona me scriverlo.
Mauro Carbonetta

Una Panchina Rossa per Tiziana a Fossacesia Marina

Una Panchina Rossa per Tiziana alla Marina di FossacesiaMauro Carbonetta ha trasformato il dolore in un gesto d'amore concreto: una Panchina Rossa dedicata a Tiziana, la sua compagna di una vita, sarà installata sul Viale della Marina di Fossacesia. Il luogo non è casuale: era lì che i due amavano fermarsi, seduti su un muretto, con un panino e un bicchiere di vino, ascoltando il mare. La panchina, lunga due metri e realizzata artigianalmente, porterà incisa la dedica: "A Tiziana, il tuo sguardo ora è immenso come questo mare". L'inaugurazione è prevista per il 25 aprile o il 1° maggio, meteo permettendo.

Radio Villa Centrale: la nostra storia


Mauro Carbonetta ai tempi di Radio Villa Centrale. Anno 1980
Mauro Carbonetta riapre il cassetto dei ricordi di Radio Villa Centrale: aneddoti, volti, notti in consolle e la magia delle radio libere negli anni '70 e '80. Il ponte su Monte Pallano, le notti passate tra tralicci e neve, le dediche che diventavano storie d'amore vere, il programma "Dedicato a te" e i surreali ministeri di paese del "Notturno" di Claudio. E poi "Caccia al rumore" con Claudio, un programma che anticipava i tempi e faceva impazzire gli ascoltatori. Un viaggio nella memoria di un'intera comunità che non voleva spegnere i sogni. Tra risate, musica e commozione, rivivono le emozioni di un tempo che non tornerà più, ma che continua a battere nel cuore di chi c'era.

"Nei tuoi occhi" di Mauro Carbonetta
Nei tuoi occhi
c'è il riflesso
di un cielo
senza tempesta.
E nella tua voce
l'eco di una ninna nanna
lontana,
che rassicura
e coccola l'anima.
Il mondo,
a volte,
può essere
rumoroso e affilato.
Ma tu
ricordi l'incanto
delle piccole cose,
la pazienza
di una stella
che aspetta la notte
per brillare.
Mauro.

Tra fango e follia: il vuoto che non fa argine

Maltempo in Abruzzo Piove da giorni. È una pioggia continua, senza tregua. Tra allerte meteo e scenari surreali, leggiamo di smottamenti, frane e di una viabilità ormai al collasso. Vedo gli uomini della Protezione Civile e semplici cittadini che si prodigano per gestire una situazione quasi inverosimile. Ieri, uscendo di casa per i soliti giri, ho osservato l’acqua fuoriuscire direttamente dal sottosuolo, da terre incolte e abbandonate al loro destino. Ora, al di là del fatto che il clima sia cambiato o meno, io ricordo bene gli anni passati: quando nevicava tanto e pioveva per giorni interi. Allora non avevamo smartphone o tablet per monitorare ogni istante la perturbazione, ma avevamo una risorsa più grande: la presenza costante dell'uomo sulla terra. Ricordo le piene, sia del Sangro che del Turcano, che facevano letteralmente paura. Oggi diamo la colpa alla natura imprevedibile, ma la verità è che abbiamo smesso di prendercene cura. Smettiamola di arrabbiarci inutilmente e riflettiamo, piuttosto, sulle campagne abbandonate, sullo spopolamento e sulla cementificazione senza criterio. Ricordo la bontà dei contadini di una volta, quando pulivano i fossi con cura e dedizione: conoscevano la terra, la rispettavano e la curavano senza mai violentarla, permettendo all'acqua di scorrere dove doveva. Ricordo la figura del cantoniere di allora, che conosceva ogni metro di strada e interveniva subito, con competenza e amore per il territorio, prevenendo quei piccoli danni che oggi diventano catastrofi. Un tempo, se la casa si allagava, c’erano i vicini pronti ad aiutarti. Oggi, nel mio quartiere siamo rimasti forse in quattro. Questo vuoto non è solo demografico: è il vuoto di una comunità che un tempo faceva da argine fisico e morale ai disastri. Accendo la TV e mi fa strano vedere anziani soli catapultati fuori dalle proprie case rese inagibili. Vedo i volontari che mettono in campo cuore e fatiche immani. Ma, allo stesso tempo, non è più tollerabile vedere esponenti politici in giacca, cravatta e borsa a tracolla che promettono ristori, o sentirli vantarsi della gestione delle guerre dicendo "abbiamo fatto un buon lavoro", quando quel lavoro significa ammazzare bambini e civili mentre il nostro territorio affonda. Siamo alla follia pura. L’invito è quello di spegnere la TV, specialmente quando i protagonisti sembrano più preoccupati della propria immagine estetica e dei litigi da poltrona che della realtà. È ora di finirla: perché intanto l’acqua continua a salire, e non aspetta né le promesse, né le facce da copertina.
Mauro Carbonetta

Segnalazione, sopralluogo e solitudine: il racconto di una mattina a Villa Santa Maria

Villa Santa Maria Un cittadino, la Soprintendenza e il fico sul campanileIn seguito alla segnalazione inoltrata dal sottoscritto nel mese di gennaio, riguardante le condizioni del pulvino, spaccato a metà, e della pianta di fico nata spontaneamente nella parte sommitale del campanile della Chiesa "Madonna in Basilica", in corrispondenza della cornice di coronamento e del punto di raccordo tra il fusto murario e la copertura piramidale , nei giorni scorsi sono stato contattato formalmente dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Chieti e Pescara, che mi ha invitato a partecipare a un sopralluogo da effettuarsi questa mattina. Il sopralluogo si è regolarmente svolto a Villa Santa Maria, alla presenza dei funzionari della stessa Soprintendenza e del sottoscritto, in qualità di semplice cittadino. Nella segnalazione, il sottoscritto aveva fatto riferimento al cosiddetto Concordato Craxi del 1984, e in particolare all'articolo 12.
Abbiamo avuto modo di confrontarci a lungo: oltre alle due criticità oggetto della segnalazione, il colloquio ha toccato anche le varie opere d'arte custodite all'interno e lo splendore artistico che rende questa abbazia un vero gioiello del territorio. Il fatto che i funzionari statali abbiano agito prontamente in seguito alla segnalazione di un semplice cittadino dimostra che le Istituzioni sono presenti e vigili. Senza entrare nel merito, la cui narrazione risulterebbe troppo lunga, informo che il fico verrà rimosso subito dopo le festività pasquali, Villa Santa Maria dal pulvino spaccato al fico spontaneo: le istituzioni rispondono mentre il pulvino sarà collocato in una teca e ricondotto all'interno della chiesa: testuali parole del funzionario. Al termine della documentazione del pulvino e del fico, avrei voluto mostrare loro anche la chiesa del Santissimo Rosario; loro erano disponibili, purtroppo, per motivi di forza maggiore, non è stato possibile. Al termine di questo interessantissimo sopralluogo, sono tornato a casa zuppo e fradicio per la pioggia battente, e tutto preso dalla voglia di raccontare a Tiziana ogni cosa di cui avevamo parlato, mi sono accorto, però, di essere solo. Alla fine non ho nemmeno pranzato, perché mi si è chiuso lo stomaco. E la pioggia continua a cadere, indifferente, come cadono certi silenzi che nessuno raccoglie.
Mauro Carbonetta

Tra un inventario del 1802 e uno schizzo su un foglio di carta da pizza

Chiesa Madonna delle Grazie Villa Santa MariaQuesta sera voglio portarvi indietro nel tempo. Si tratta di un inventario redatto il 21 ottobre 1802 degli arredi sacri della Chiesa Madonna delle Grazie di Villa Santa Maria.
È affascinante leggere cosa conteneva quella chiesa più di due secoli fa: statue, arredi liturgici, tessuti per l'altare e persino elementi architettonici come inferriate e vetrate, ecc. Un vero e proprio scrigno di devozione e arte. Ma prima di addentrarmi nell'elenco di quell'antico inventario, apro una parentesi personale.
Mi torna alla mente un ricordo che mi lega idealmente a quella chiesa. Nel 1999 realizzai e donai una tela di 2 metri x 1 metro (olio su tela) dal titolo "La supplica di San Francesco Caracciolo alla Madonna". Quella tela nacque durante una vacanza a Napoli. Eravamo ai giardini di Capodimonte quando Tiziana, sapendo che qualche anno prima avevo donato al Comune di Villa Santa Maria diverse tele (una delle quali è molto grande ed è esposta alla Scuola Alberghiera di Villa Santa Maria), con quella sua intuizione che solo certe persone sanno avere, mi disse: "Mauro, perché non pensi a una tela da donare alla chiesa?"
Il bello è che l'idea prese forma su un semplice pezzo di carta… quello che avevamo usato per mangiare una pizza. Mentre parlavamo, su quella carta improvvisata iniziai a schizzare con la mia matita, doverosamente B, che portavo sempre con me, pensando a un episodio che aveva segnato la memoria di questi luoghi: l'alluvione della metà dell'Ottocento, precisamente quella del 1858, che allagò la piana delle Valli. Fu da quel pensiero, tra una fetta e l'altra, che prese vita la "Supplica".
Ma torniamo a noi. Ecco cosa conteneva l'inventario del 1802 per la chiesa della Madonna delle Grazie…
  • Immagini di cartone indorate, numero tre
  • Candelieri indorati, numero tre
  • Crocifisso, carteglorie, inginocchiatoio e lavabo
  • Un lettorino di noce
  • La statua di S. Maria delle Grazie
  • Altare di S. Francesco d'Assisi
  • Altare di S. Chiara
  • Altare di S. Antonio
  • Quattro Angioloni
  • Tre tovaglie per l'altare, due per sotto, altra nuova con pizzilli per sopra
  • Una campana con frene (catena/gancio)
  • Rete di ferro filato al di fuori, telaio di vetro al di dentro alla finestra sopra la porta
  • Nella porta un'occaiera (gancio/chiavistello) e due catenelle di ferro
Mauro Carbonetta

Dalle pagine de "La Cronaca degli Abruzzi" Villa Santa Maria ai suoi gloriosi Caduti

Dalle pagine de "La Cronaca degli Abruzzi" Villa Santa Maria ai suoi gloriosi CadutiL'articolo è tratto da "Il Messaggero" del 17 agosto 1930; l'inaugurazione avvenne lunedì 18 agosto 1930. Il testo è stato riassunto per ragioni di spazio.
In uno sfolgorio di sole e di colori, nel tripudio di bandiere e festoni, Villa Santa Maria ha vissuto la sua giornata di passione italica e fascista. Con l'intervento di numerose autorità provinciali e locali e con la partecipazione unanime e festante della cittadinanza, è stato solennemente inaugurato il monumento marmoreo dedicato alla gloria dei trentacinque caduti di Libia e della Grande Guerra, tra cui primeggia la figura del Generale Sesto Nicola Tinto. Tra le autorità principali figuravano il Duca Caracciolo di Vietri, figura di spicco appartenente a una famiglia storicamente legata al territorio, e il Podestà di Villa Santa Maria, che ebbe un ruolo di primo piano nelle cerimonie ufficiali. Due lapidi, opere pregiate del comm. D'Antino, tramandano alle generazioni future il retaggio di grandezza di questi degni figli di Villa Santa Maria.
Sulla lapide dedicata ai Caduti, ornata da una Vittoria alata, si leggono i versi del poeta Ettore Moschino:
"Come giovani falchi - Folgorati dall'uragano - I figli di questi monti - Caddero nella grande guerra - E nella guerra di Libia - A difesa della Patria immortale - Ma ne l'albe dell'Italia nuova - Tra i baleni della vittoria - Il loro spirito risorge e riarde - La terra materna - Ai nomi degli eroi - Questo simbolo di gloria - Amorosamente consacra - 1915-1918."
La lapide dedicata al Generale Tinto, che ne riproduce la nobile figura, reca invece la seguente epigrafe:
"Al Generale Sesto Nicola Tinto - Valoroso comandante - Degli Ascari Eritrei in Libia - Tra i primi al fronte - Nella grande guerra 1915-1918 - Ferito al petto nell'assalto di Plava - Vittorioso - nella controffensiva sul monte Lémerie - Intrepido eroico - nel duro travaglio della trincea - negli estremi cimenti decisivi - Nobile esempio - di abnegazione e di sacrificio - romanamente compiuto - nel XII annuale di Vittorio Veneto."
Alla cerimonia intervennero numerose autorità, tra cui il Prefetto Russo, il poeta Ettore Moschino, il Colonnello comandante del Distretto militare di Chieti, la Duchessa di Fragnito e i podestà e segretari politici dei comuni limitrofi. Al termine, un rinfresco offerto dal Podestà alle ore 20:30 nella sede del Comune chiuse ufficialmente la giornata.
Una nota a margine, personale
Leggendo oggi queste parole solenni, non si può fare a meno di fermarsi un istante e guardare oltre la retorica. Dietro quei trentacinque caduti non c'erano solo nomi su una lapide: c'erano ragazzi che forse, fino a pochi giorni prima, correvano per i vicoli di Villa Santa Maria, aiutavano nei campi o tra le vigne. Ragazzi che non avevano mai odiato nessuno, che non sapevano cosa volesse dire puntare un fucile contro un altro uomo. La guerra li ha presi, li ha strappati alla loro vita semplice e li ha trasformati in "eroi". Ma prima di tutto questo, erano giovani con un futuro davanti, sogni, fatiche quotidiane e il diritto di vivere in pace. E chissà, forse qualcuno di quei ragazzi, poche settimane prima di partire, aveva già una storia d'amore. Poi è arrivata una cartolina, poi un'altra, poi più nulla. Solo una madre che ogni giorno saliva al cimitero a sistemare un vaso di gerani, e una ragazza che per una vita intera, quando sentiva passare il treno, smetteva di lavorare e restava in ascolto, ad aspettare il suo ragazzo partito per la guerra, come se potesse ancora tornare. A loro, e a tutti i ragazzi di ogni guerra nel mondo, va oggi un pensiero che non è di gloria, ma di dolore e di domande che non trovano risposta.
Mauro Carbonetta

PILLOLE DI VILLA SANTA MARIA. Feudi, nobili e antichi documenti: la storia nascosta del nostro paese

Pillole di Villa Santa Maria. La storiaChi ama il proprio paese non smette mai di cercarne le radici. Ed è proprio con questo spirito che iniziamo oggi questo piccolo viaggio nella storia di Villa Santa Maria, frugando tra carte ingiallite, inchiostri sbiaditi e scritture antiche conservate presso l'Archivio di Stato di Napoli (ricerche a cura di Marco Carbonetta). Documenti spesso difficilissimi da leggere, scritti in un italiano arcaico e in latino notarile, che abbiamo cercato di trascrivere e tradurre con la passione di chi vuole restituire alla propria comunità un pezzo della sua memoria. Siamo solo all'inizio, ci saranno sicuramente imprecisioni e margini di miglioramento, ma l'importante è cominciare. Nella speranza che queste "pillole di storia" possano essere di vostro gradimento e magari accendere anche in voi la stessa curiosità che ha acceso noi.
Mauro e Tiziana
Villa Santa Maria, piccolo borgo dell'Abruzzo citeriore nella diocesi di Chieti, sorge su un colle percorso dal fiume Sangro, a circa 20 miglia dal mare e 30 da Chieti.
Il suo territorio, fertile e produttivo, ha da sempre fornito grano, granturco e olio, derrate che gli abitanti vendevano nei mercati circostanti. La popolazione, nei secoli passati, contava circa 1.720 anime. Il paese confina con Fallo, Montelapiana, Roio del Sangro, Monteferrante, Pietraferrazzana e Bonanotte, e nel suo territorio si trovavano tre feudi rustici: Roitiello, Pilo e Montebello.
Le origini del nome affondano nel Medioevo: un antico monastero benedettino dedicato a Santa Maria in Basilica sorge qui, e si tramanda che proprio da esso il paese abbia preso il suo nome.
I documenti fiscali ci raccontano la sua storia attraverso i secoli: nel 1532 contava 77 fuochi (circa 350 abitanti), saliti a 97 nel 1545 (circa 440 abitanti), fino a 111 nel 1561 (circa 500 abitanti), nel 1595 erano 110 (circa 495 abitanti), nel 1648 scesi a 105 (circa 470 abitanti) e nel 1669 a 95 (circa 425 abitanti), un andamento che riflette guerre, pestilenze e trasformazioni economiche.
Il paese fu a lungo posseduto dalla nobile famiglia Caracciolo, principi di Santobono. Proprio un Caracciolo, il Principe della Villa di Santa Maria, compare negli atti della Regia Camera della Sommaria di Napoli come titolare del feudo di Montebello, uno dei tre feudi rustici del territorio, acquisito attraverso una lunga catena di passaggi feudali a partire dal 1603.
Gli stessi documenti ci rivelano le vicende del feudo di Roio del Sangro: già nel 1513, Mercurio Carafa disponeva di queste terre in favore del nipote Sigismondo. Alla morte di quest'ultimo, nel 1540, il castello fu dichiarato devoluto alla corona per mancanza di eredi diretti e messo all'asta pubblica, aggiudicato alla magnifica Restituta Pignatelli per la considerevole somma di ducati 5.474. Nel 1562, il castello risulta già registrato nel cedolario fiscale a nome di Antonio Pignatelli, tassato per ducati 9, tari 3 e grana 15.
Una storia lunga secoli, fatta di feudi, famiglie nobili, aste pubbliche e dispute fiscali, custodita negli archivi e restituita oggi alla memoria collettiva. E questo è solo il primo tassello.
Mauro Carbonetta

Questa sera vi racconto ciò che mi è accaduto oggi. Non è un diario di bordo.

Statua lignea della Madonna in Basilica Villa Santa MariaCome quasi tutti i pomeriggi, faccio una passeggiata e mi siedo su una panchina davanti alla chiesa della Madonna in Basilica, e mi faccio accarezzare dai timidi raggi del sole, sebbene oggi, in verità, facesse molto freddo. Ciononostante, ero seduto insieme agli amici Franco e Antonio. Dopo un po’, ho visto un gruppo di persone, tante a dire il vero, avvicinarsi all’ingresso laterale della chiesa. Erano gruppi del FAI con le relative guide. Mi sono avvicinato anch’io e siamo entrati in chiesa; ascoltavo la guida mentre spiegava la storia della nostra abbazia. La guida, però, oltre alla leggenda della Madonna che scappa da Monteferrante e ad alcune tradizioni locali, non ha aggiunto più nulla.
A questo punto mi sono permesso di chiedere la parola e me l’hanno concessa: ho così potuto ampliare e far conoscere, per quel che sono le mie capacità, la storia dell’abbazia. Ho parlato delle dispute tra la principessa di Villa Santa Maria, che intentò una causa contro il principe Caracciolo Pisquizi di San Buono producendo bolle papali e indulgenze per ottenere il possesso dell’abbazia, ma la perse perché l’abbazia è sempre stata di Monteferrante; poi delle opere nel dettaglio e delle tecniche, del frammento di affresco sulla colonna, delle reliquie dei santi; ho raccontato della realizzazione della statua lignea della Madonna, dell’antico organo e della sua storia; e ancora del fatto che l’abbazia è nata prima del Colosseo, del tesoro archeologico che parte da Monte Pallano per passare per le Macerine (Villa Santa Maria), continuando per Trebula e Juvanum, e di altri argomenti ancora. Alla fine mi hanno ringraziato e sono andati via entusiasti. Poi ne sono arrivati altri: probabilmente molti erano senza guida, e in pratica ho fatto da "cicerone" per caso.
Mi piace l’eloquio, ma mi piace ancora di più scrivere.
Sono tornato a casa e ho pensato a Tiziana, che sicuramente oggi ha guidato me. Perché prima di andare alla Madonna ero molto giù, e forse l’improvvisazione di oggi, il parlare e spiegare a un centinaio di persone, mi ha scrollato di dosso, per un po’, quella tristezza infinita e diffusa che portavo dentro stamattina.
Ecco, volevo condividere con tutti voi questa esperienza. Perché in fondo mi sono accorto di qualcosa che forse già sapevo, ma che oggi ho toccato con mano: l’arte, quando è sentita e vissuta, quando non la si osserva soltanto ma la si fa diventare parola e voce, ha il potere di placare l’anima. Come se, nel raccontare la bellezza, si finisse per esserne un po’ guariti.
Mauro Carbonetta
Acquisto di Villa Santa Maria dei Caracciolo di NapolVorrei pubblicare un documento del 16 ottobre 1559, allorquando venne redatto un importante atto notarile da Santillo Palombo di Tramonti, che documenta un evento significativo per il nostro paese. Marino Caracciolo, dei Marchesi di Bucchianico, acquistò a nome di Ferrante Caracciolo Villa Santa Maria, prendendone ufficialmente possesso. Il territorio fu venduto da Martino de Segura, Presidente della Regia Camera, il principale organo amministrativo del Regno di Napoli nel XVI secolo.
Ultimamente leggo anche la notte, perché dormo poco o per niente, e sto dedicando molte ore a leggere centinaia e centinaia di pagine, documenti notarili, atti e così via, riguardanti i Caracciolo. C'era il Re a Napoli, assoluto, che aveva un potere mostruoso sui suoi sudditi. C'era il signore, il feudatario, il principe, che esercitava un'autorità altrettanto opprimente. Poi c'era il giudice, che aveva un buon potere ma che doveva rispondere al principe e al re. La nobiltà sfruttava prestazioni di lavoro gratuite dei contadini, denaro, comando e onore, riscossione dei diritti e delle tasse feudali. Per non parlare degli abati, che sfruttavano i poveri cittadini di Villa Santa Maria e paesi viciniori.
Ora, per non dilungarmi, ho fatto alcune riflessioni e considerazioni personali: riguardo ai Caracciolo e al loro rapporto con i cittadini di Villa Santa Maria, devo dire che, all'epoca, il paese aveva un carattere prettamente rurale, non ho mai trovato, sulle pagine fin qui lette, alcun riscontro o correlazione con la storia dei cuochi associata ai Caracciolo.
A questo punto, mi sono chiesto: che parallelismo possa esistere tra i Caracciolo e i nostri concittadini cuochi? Spero, leggendo altri documenti, di poter trovare una correlazione scritta e documentata su tale argomento. La mia è solo una riflessione, e spero di poter trovare altre notizie sui Caracciolo, anche sul periodo precedente al loro arrivo, e su come vivevano i nostri concittadini.
Mauro Carbonetta

Un documento del 1707 ricostruisce la storia: la morte di Giulio Caracciolo nel 1626

la morte di Giulio Caracciolo nel 1626Attraverso ricerche effettuate da mio fratello Marco Carbonetta presso l'Archivio di Stato di Napoli, abbiamo ritrovato e possiamo dire che questo prezioso documento, datato 7 settembre 1707, è una testimonianza eccezionale che ricostruisce un evento di oltre 80 anni prima: la morte di Don Giulio Caracciolo, padre del Principe Don Filippo Caracciolo.
Al di là della nobiltà e delle vicende dei principi, ciò che ci ha particolarmente colpito è la testimonianza di uomini comuni di Villa Santa Maria che, oltre 400 anni fa, contribuirono con la loro memoria alla ricostruzione di un avvenimento storico. Ci è apparso interessante condividere con voi questi nomi e cognomi del nostro paese che, con la loro testimonianza, hanno permesso di preservare la verità storica.
I dettagli straordinari:
Don Giulio Caracciolo morì nell'aprile 1626 a Villa Santa Maria. Fu sepolto nella Chiesa Arcipretale di San Nicola di Bari, nella sepoltura davanti all'Altare Maggiore, dove la famiglia Caracciolo deteneva il diritto di sepoltura (Jus).
Le fonti testimoniali - I nostri antenati di Villa Santa Maria:
L'Arciprete Domenico Sarto ascoltò ben 7 testimoni anziani del paese, uomini semplici ma depositari della memoria collettiva:
  • Leonardo Di Cicco (70 anni)
  • Berardino Spaventa (65 anni)
  • Carlo Di Sciullo
  • Vito Di Marcello
  • Giuseppe Finuoli
  • Marco Aurelio Di Lello
  • Francesco Sabatini
  • Antonio Di Criscio
Tutti uomini di Villa Santa Maria, che attestarono de causa scientiae (per conoscenza diretta) i fatti accaduti oltre quattro secoli fa.
Perché questo documento è importante:
  1. Dimostra l'antichità della presenza dei Caracciolo a Villa Santa Maria.
  2. Conferma il ruolo di patroni della famiglia sulla chiesa principale del paese.
  3. Testimonia la continuità storica tra il 1626 e il 1707.
  4. Mostra il metodo di ricostruzione storica dell'epoca attraverso la memoria orale.
  5. Ci restituisce i nomi dei nostri antenati che con responsabilità contribuirono a preservare la verità storica.
Un documento che ci permette di collegare i secoli, di riscoprire le radici della nostra comunità e di rendere omaggio a coloro che, con la loro testimonianza, hanno custodito la nostra storia. L'idea è quella di realizzare, salute permettendo, un altro volume dedicato alla storia di Villa Santa Maria con documenti inediti e il patrimonio storico e artistico.
Mauro Carbonetta

MOSTRA PERSONALE DI PAOLO SPOLTORE
L'AQUILA PALAZZO DELL'EMICICLO

 
Il ciclo “Guerra perché?”: dalla catastrofe naturale alla violenza umana
“CUORI PIETRIFICATI” E “GUERRA PERCHÉ ?" EVENTO INSERITO NEL CALENDARIO “L'AQUILA CAPITALE DELLA CULTURA 2026”.
PATROCINATO   
-DALLA REGIONE ABRUZZO  
-DAL COMUNE DE L'AQUILA  
-DAL COMUNE DI LANCIANO
ORGANIZZATO  DALL'ASSOCIAZIONE CULTURALE ERICLE D'ANTONIO DI ROCCA SAN GIOVANNI.
Si comunica che dal 16 MARZO al 31 MARZO presso il PALAZZO DELL'EMICICLO (ex sede del consiglio regionale) si realizzerà la mostra di PAOLO SPOLTORE  "CUORI PIETRIFICATI”   E  
“GUERRA PERCHÉ? ".  
Il contenitore storico dell'emiciclo ospiterà l'artista abruzzese PAOLO SPOLTORE, di acclarata valenza nazionale, lunedì 16 MARZO alle ore 17:30, con interventi del critico d'arte ANTONIO GASBARRINI e con la presenza di AUTORITÀ REGIONALI e COMUNALI. La mostra sarà composta da 20 opere realizzate nel 2009-2010 dal titolo "CUORI PIETRIFICATI " a testimonianza del devastante terremoto aquilano del 2009

Un filo invisibile tra memoria e cuore

Un filo invisibile tra memoria e cuoreOggi mi sono lasciato avvolgere da una nostalgia sottile, una di quelle sensazioni in cui la solitudine si mescola dolcemente ai ricordi, spingendomi a cercare le mie radici. Proprio in questo stato d'animo, il destino ha voluto che ritrovassi un tesoro: un ritratto di mio nonno, Mercurio Carbonetta. Pochi giorni fa ricordavo con profondo affetto mia nonna, e ritrovare lui oggi sembra quasi un modo per farli ricongiungere. Nato a Perano nel 1905, in questo scatto vediamo il nonno giovanissimo, poco più che ventenne, con la fiera divisa del Regio Esercito. Erano anni di grandi cambiamenti e profondi sacrifici: la leva militare durava allora ben 18 mesi, un tempo che sembrava infinito lontano dagli affetti abruzzesi. In quell'epoca, il servizio militare era considerato un passaggio fondamentale per diventare adulti ("farsi uomo"), e per molti giovani di piccoli paesi come Perano rappresentava il primo vero contatto con la realtà nazionale e le grandi città. Prestò servizio a Verona, probabilmente tra le mura delle storiche caserme "G.B. Rossi" o "Carlo Ederle", centri nevralgici della fanteria dell'epoca. Questa foto, però, reca la prestigiosa firma dello studio fotografico "Mazzoni" di Roma: testimonianza di un passaggio nella Capitale per una parata o un servizio d'onore. Un momento solenne che Mercurio volle immortalare per inviare a casa una prova del suo valore. Nella vita civile amava e lavorava la pietra; un’arte nobile e faticosa nella quale, forse, ho ritrovato una parte di me stesso. Il nonno ci ha lasciati troppo presto, a soli 65 anni. Di lui conservo solo alcuni flash, piccoli frammenti di memoria, ma il suo esempio di dignità è rimasto impresso indelebilmente nella nostra storia di famiglia. Li immagino ora come stelle che vegliano su di noi, uniti ai miei genitori, ai miei nonni materni e a Tiziana, la mia lampara e il battito costante del mio cuore, in quell'abbraccio eterno che il tempo non potrà mai scalfire. Un omaggio a te, nonno Mercurio, e alla nonna, custodi per sempre del mio cammino.
Mauro Carbonetta

La Fondazione della Congregazione del Santissimo Rosario di Villa Santa Maria

Chiesa della Congrega a Villa Santa MariaIn queste ultime ore mi è stato chiesto da tanti cittadini comuni di anticipare il testo sulla Congregazione del Santissimo Rosario di Villa Santa Maria, perché potrebbe essere utile agli apprendisti ciceroni del FAI per fornire ulteriori notizie ai visitatori che affluiranno in tanti a Villa Santa Maria in occasione delle Giornate FAI di Primavera del 21 e 22 marzo 2026. Ringrazio, prima di passare al testo, Anna Fantini, che ha condiviso il manifesto ufficiale delle Giornate FAI a Villa. Umilmente ho cercato di ricostruire attraverso atti, documenti (alcuni quasi illeggibili) la nascita di questo antico sodalizio, le cui regole e la cui storia offrono uno spaccato prezioso della vita sociale e religiosa del Settecento nella Valle del Sangro.
Ecco quindi, in sintesi, il frutto di questa ricerca:
Il Consenso dell'Arciprete (18 maggio 1784)
L’iter istitutivo della Congregazione ha inizio formalmente il 18 maggio 1784 a Chieti. In questa data,

8 Marzo: Un augurio di rispetto e un grazie per la concretezza

 Giornata internazionale della donna,
Che la libertà sia il fiore più bello che possiate coltivare e il rispetto il terreno su cui crescere ogni giorno.
In occasione della Giornata internazionale della donna, il mio pensiero va a tutte le donne, con l'augurio che ogni giorno si possa rafforzare l'impegno contro ogni forma di violenza e discriminazione. Simboli come la Panchina Rossa non sono semplici arredi urbani, ma presidi di coscienza, luoghi che ricordano che nessuna donna deve essere sola e che la comunità deve esserci.
Proprio per questo, oggi voglio rivolgere un ringraziamento speciale a due amministratori che hanno dimostrato grande sensibilità e prontezza:
Grazie al Sindaco di Paglieta, avv. Enrico Graziani, che immediatamente si è messo a disposizione per l'installazione della Panchina Rossa da me richiesta.
Grazie al Sindaco di Fossacesia, dott. Enrico Di Giuseppantonio, al quale ho inviato formale istanza per l'installazione della Panchina Rossa lungo i viali della Marina. Che la libertà sia il fiore più bello che possiate coltivare e il rispetto il terreno su cui crescere ogni giorno.
In occasione della Giornata internazionale della donna, il mio pensiero va a tutte le donne, con l'augurio che ogni giorno si possa rafforzare l'impegno contro ogni forma di violenza e discriminazione. Simboli come la Panchina Rossa non sono semplici arredi urbani, ma presidi di coscienza, luoghi che ricordano che nessuna donna deve essere sola e che la comunità deve esserci.
Proprio per questo, oggi voglio rivolgere un ringraziamento speciale a due amministratori che hanno dimostrato grande sensibilità e prontezza:
Grazie al Sindaco di Paglieta, avv. Enrico Graziani, che immediatamente si è messo a disposizione per l'installazione della Panchina Rossa da me richiesta.
Grazie al Sindaco di Fossacesia, dott. Enrico Di Giuseppantonio, al quale ho inviato formale istanza per l'installazione della Panchina Rossa lungo i viali della Marina. D opo solo una settimana, tramite PEC, ha risposto puntualmente accogliendo la mia richiesta e il giorno dopo mi ha fatto contattare dalla sua segreteria.
Grazie davvero per la vostra sensibilità.
Con stima e gratitudine
Mauro Carbonetta

Fonticillo, il cuore che scorre via

La fontana storica di Fonticillo a Villa Santa Maria
Oggi pomeriggio, anche se in verità è tanto tempo che ci penso, durante una passeggiata con il mio amico Peppino Giuseppe Stanziani, mi sono fermato davanti al rudere della vecchia e storica fontana di Fonticillo. Avrà almeno cent'anni!
Mi sono ritrovato a guardarla a lungo e i ricordi hanno preso il sopravvento. Rivedo ancora quel filo d'acqua, sottile e prezioso, che usciva timido dalla cannella. Oggi è solo un ricordo, un sussurro di ciò che è stato. Che nostalgia di quando la sua voce, seppur flebile, era ancora capace di dissetare e di raccontare storie.
Al di là della bontà della sua acqua, la mia memoria corre a mia nonna e a mio padre. Loro dicevano sempre che quest'acqua era così pura e leggera, quasi salutare per l'anima. Chissà se la sorgente si è davvero persa per sempre...
La fontana storica di Fonticillo a Villa Santa Maria
Sarebbe bello, un giorno, poterla riqualificare. Immagino uno spazio ritrovato attorno ad essa, un luogo verde e armonioso, un piccolo angolo di pace dove gli anziani del paese possano ritrovarsi e trascorrere il tempo, ascoltando di nuovo il suo gorgoglio gentile, magari leggendo un libro o semplicemente meditando. Perché non è solo il rumore dell'acqua: è la colonna sonora della nostra storia.
E io spero davvero, con tutto il cuore, che un giorno qualcuno raccolga questo desiderio e ridoni vita a questo luogo. Perché alcuni posti non meritano di morire, meritano solo di essere ricordati e amati di nuovo.
Mauro Carbonetta

Colle d'estate, olio su tela di Mauro Carbonetta
Oggi Google mi ha riportato alla memoria questa tela che dipinsi nel 2013. Rivederla è stato come ricevere uno schiaffo di luce.
Quei colori così accesi, quella forza vitale che esplode dai papaveri rossi nel prato, dagli ulivi argentati, dal borgo che si staglia sulla collina sotto un cielo azzurro intenso... Ogni pennellata trasuda energia, passione, una visione chiara e luminosa del mondo.
Ma c'è qualcosa che mi colpisce ancora di più: ieri, socchiudendo gli occhi, davanti a me si aprivano migliaia di colori, sfumature infinite, una sinfonia cromatica. Oggi, se socchiudo gli occhi, tutto appare spento, daltonico, come se quella luce si fosse ritirata da qualche parte dentro di me.
Forse è questo il vero passaggio del tempo: non nelle rughe, ma nella progressiva perdita di intensità con cui vediamo il mondo.
Mauro Carbonetta
@teletiziana.it
Santuario del Miracolo di Lanciano e la chiesa de Santo Rosario Villa Santa Maria
Ho provato ad accostare le due chiese dallo stesso punto di vista, con la stessa prospettiva. Forse dalle foto lo stile barocco non si nota molto, però a me fanno lo stesso effetto: entrare in una è come entrare nell'altra. Il tempo si ferma e si respira la stessa aria magica, un'atmosfera carica di arte e di bellezza che ti lascia senza parole.  
Mauro Carbonetta

RIFLESSIONE DI UNA GIORNATA: LA MARGHERITA E L'ALTALENA

RIFLESSIONE DI UNA GIORNATA: LA MARGHERITA E L'ALTALENA
Oggi ho incrociato gli stessi sguardi di sempre. Una donna davanti alla chiesa con un bicchiere di plastica, che chiedeva l'elemosina, mentre qualcuno le rivolgeva parole pesanti e offensive, come se non avesse già abbastanza peso sulle spalle. Un uomo seduto sul gradino di un locale, con la mano tesa, che chiedeva l'elemosina, e ho visto passanti voltarsi dall'altra parte, qualcuno addirittura insultarlo. Mentre più in là un gruppo di signore eleganti discuteva dell'ultimo completo firmato per il loro cagnolino. Due mondi opposti a pochi metri di distanza. E in mezzo, il vuoto. Guardo la scena e sento un nodo alla gola. Mi chiedo: ma come abbiamo fatto a permettere tutto questo? Come abbiamo fatto a normalizzare l'idea che mentre qualcuno cerca le briciole, qualcun altro possa permettersi di trasformare il superfluo in necessario, e qualcun altro ancora si senta in diritto di umiliare chi già non ha nulla? Penso ai bambini che nascono dalla parte sbagliata del mondo. Quelli che imparano il sapore della fame prima ancora di saper leggere. Quelli che qualcuno, lontano, muove come burattini senza fili, decidendo i loro destini con indifferenza. Eppure, nonostante tutto, sono loro i più veri. Loro non hanno gli sci per scendere dalle montagne, non hanno le abbuffate nei ristoranti, non hanno l'ultimo modello di scarpe. Ma li vedi giocare lo stesso. Li vedi sull'altalena spingersi per toccare il cielo con un dito, anche se quel cielo è lo stesso per tutti. Li vedi correre nei prati a raccogliere margherite, come se fossero tesori. Li vedi dare un nome a un gatto randagio, a un albero, a una nuvola, convinti che quel nome durerà per sempre. E in quei momenti ti chiedi: chi è veramente ricco? Chi ha tutto e desidera di più, o chi ha quasi niente ma trasforma una margherita in un universo? Quella margherita raccolta dalla bambina, se posso, la prendo e me la tengo stretta. La metterò in quel vaso di marmo che ho scolpito con le mie mani, perché la pietra, che sembra fredda, impari a custodire un fiore vissuto un solo giorno. E forse, in quel contrasto, capirò che la vera eternità non sta nella durezza del marmo, ma nella fragilità di qualcosa che qualcuno ha colto senza sapere che lo stava facendo anche per me, e non solo. Poi il pensiero torna agli anziani. Poveri vecchi soli, nelle loro stanze silenziose, con una vita di sacrifici alle spalle e nessuno che bussa alla porta. La loro povertà non si vede in un bicchiere di plastica, ma svuota l'anima allo stesso modo. Aspettano. Aspettano una visita, una voce, o semplicemente che il tempo passi in fretta. Anche loro, come quei bambini, hanno solo ricordi a cui aggrapparsi. Ma a differenza dei bambini, forse non hanno più la forza di dare un nome nuovo a qualcosa. Forse
RIFLESSIONE DI UNA GIORNATA: LA MARGHERITA E L'ALTALENA
sono un'utopista, lo so. Continuo a illudermi e a chiedermi: perché non possiamo essere tutti uguali? Non nelle cose, non negli abiti. Ma nella dignità. Nel diritto di esistere. Nel diritto di avere qualcuno che dia valore ai nostri giorni, ai nostri giochi, ai nostri silenzi. Perché è questo il punto, credo. Chi è ricco spesso non odia i poveri. Semplicemente non li vede più. Sono diventati trasparenti, parte del paesaggio, come i lampioni o i cassonetti. E non vede nemmeno quei bambini che sull'altalena toccano il cielo, o quei vecchi che aspettano qualcuno che non arriva. E c'è chi, invece, li vede fin troppo, e usa quelle parole come pietre, per allontanare il fastidio di una coscienza che forse, in fondo, sa di dover chiedere scusa. E allora la vera domanda è: quando abbiamo smarrito la capacità di guardarci negli occhi? Stasera torno a casa con questo peso. Questa tristezza che non passa. Ma forse, finché proveremo ancora qualcosa, finché il nodo alla gola tornerà, vorrà dire che non ci siamo arresi del tutto. E forse, un giorno, qualcosa cambierà. O forse no. Ma almeno avremo guardato. Almeno avremo sentito. Almeno avremo capito che la vera ricchezza è un bambino che chiama per nome una margherita. E a quei bambini che domani si sveglieranno e torneranno a spingersi sull'altalena, su e giù, su e giù, come a dire che la vita è questo movimento, questo slancio, questa ostinazione a cercare il cielo anche quando il mondo ti vorrebbe con i piedi per terra. Perché loro lo sanno: il cielo non si compra, si tocca. Con la punta delle dita, per un secondo, mentre l'altalena sale e per un attimo sei sospeso, lì dove i ricchi non arriveranno mai.
Mauro Carbonetta

La bellezza imprigionata dal tempo

Chiesa del Santissimo Rosario Villa Santa Maria
Questa mattina, dopo tanti anni, sono riuscito ad affacciarmi sulla soglia della Chiesa del Santissimo Rosario di Villa Santa Maria (la chiesa della Congrega). Mezzo metro, non di più, per motivi di sicurezza. Ma guardando queste fotografie che ho scattato e che pubblico, la navata che si stende verso l'altare maggiore, le panche di legno consumato dal tempo, la luce che filtra dalla finestra sulla volta a botte, gli stucchi che ancora resistono nonostante il degrado, ho sentito qualcosa riattivarsi nella memoria, un'emozione antica che finalmente ho compreso.
È la stessa atmosfera che ho respirato pochi giorni fa nel Santuario del Miracolo Eucaristico di Lanciano. Stessi stucchi bianchi che danzano sulle pareti, stessi angeli alati scolpiti nel gesso in posizioni dinamiche, stessi marmi policromi nelle tonalità del rosa e del verde che brillano negli altari laterali, stessa volta a botte con lunette che abbraccia lo spazio creando giochi di luce e ombra. Il filo invisibile che lega questi due luoghi è Nicola Ranieri di Guardiagrele, il grande maestro del '700 abruzzese, che ha lasciato la sua impronta in entrambi gli spazi, operando e dipingendo sia per il Santuario del Miracolo Eucaristico di Lanciano sia per il Santissimo Rosario di Villa Santa Maria.
Le due chiese rappresentano esempi eccellenti del barocco abruzzese del XVIII secolo: la Chiesa del Santissimo Rosario, con la sua facciata in pietra locale che cela un interno barocco a navata unica, e il Santuario di Lanciano, che presenta una facciata gotica borgognona ma un interno completamente trasformato in stile barocco tra il 1730 e il 1745. Il barocco, con le sue linee curve, le decorazioni abbondanti, gli effetti teatrali della luce, l'integrazione tra architettura, scultura e pittura, mirava a coinvolgere emotivamente il fedele, creando spazi di intensa spiritualità e bellezza. Entrambe le chiese esprimono questa sensibilità attraverso gli stucchi bianchi, i marmi policromi, gli angeli danzanti, le volte affrescate (quelle di Villa Santa Maria appena accennate, forse il tempo le ha definitivamente distrutte) e gli altari dorati.
Mentre ero lì, sulla soglia, ho notato i dettagli che raccontano la storia di questo luogo: la pietra con la data 1639 incisa sulla facciata esterna, che testimonia l'inizio dei lavori di costruzione; la croce in pietra e il cherubino alato sopra il portale, simboli di consacrazione e protezione; gli abiti processionali della Confraternita, quei paramenti blu e oro ammassati sulle panche, un tempo indossati con devozione dai confratelli nelle processioni del Rosario.
Chiesa del Santissimo Rosario Villa Santa Maria
La Confraternita del Santissimo Rosario di Villa fu istituita qualche decennio dopo la vittoria di Lepanto del 1571, quando Papa Pio V attribuì alla Vergine la vittoria della Lega Santa contro l'Impero Ottomano, istituendo la festa della Madonna del Rosario. In tutta Italia nacquero confraternite dedicate al Santo Rosario e anche Villa Santa Maria volle la sua. La chiesa fu sede della Congrega fino alla metà del Novecento, quando essa si estinse e la giurisdizione passò sotto la parrocchia di San Nicola.
Le confraternite in Abruzzo erano molto diffuse: tra il XVI e il XVIII secolo esistevano 868 confraternite in 721 centri della regione, testimonianza di un tessuto religioso e sociale vivace e radicato. La Confraternita del Rosario era tutelata spiritualmente e seguiva le tradizioni devozionali legate alla preghiera del Rosario e alle opere di carità.
Gli artisti che hanno lavorato in questa chiesa rappresentano il meglio della produzione artistica abruzzese del XVIII secolo: Nicola Ranieri di Guardiagrele (1749-1850), il maestro fondatore della scuola di Guardiagrele, dipinse la Madonna del Rosario dell'altare maggiore; Pietro De Marinis e Francesco Colecchia, artisti attivi in Abruzzo nel XVIII secolo e legati alla scuola di Ranieri, realizzarono la pala della Madonna Immacolata con Santi in un altare laterale. Il Martirio di Santo Francescano posto lungo la navata è riferibile alla scuola di Nicola Ranieri. L'altare è rivolto a est, verso il sole nascente, seguendo la tradizione millenaria che orientava le chiese verso Cristo luce del mondo.
Particolarmente pregevole è l'organo barocco, collocato sulla cantoria in muratura sopra l'ingresso, che con la sua cassa lignea dorata e le canne disposte a cuspide rappresenta un esempio significativo degli strumenti musicali utilizzati nelle chiese di confraternita abruzzesi del XVIII secolo. L'organo, visibile dalla fotografia della cantoria con i simboli musicali scolpiti nel parapetto, accompagnava le funzioni religiose e le processioni, riempiendo di musica sacra questo spazio. Gli organi barocchi in Abruzzo erano elementi fondamentali della liturgia e della vita musicale delle confraternite, e quello del Santissimo Rosario, pur nell'abbandono, testimonia ancora quella vitalità musicale e devozionale.
Chiesa del Santissimo Rosario Villa Santa Maria
Oggi, guardando queste immagini, ciò che colpisce è il contrasto straziante tra la bellezza che resiste e l'abbandono che avanza: le crepe che attraversano le volte, l'intonaco che si sgretola, i cumuli di legno e pietre ammassati davanti agli altari, i paramenti polverosi che giacciono dimenticati. Eppure, proprio in questo stato di sospensione temporale, c'è una bellezza struggente che parla di ciò che è stato e che potrebbe tornare ad essere.
Quando sono andato via, mentre mi allontanavo da quella soglia oltre la quale non si può andare, i ricordi e il senso dell'abbandono mi hanno intristito. Un vento di garbino ha iniziato a soffiare da oriente, quasi come a ricordarmi l'antico orientamento liturgico dell'altare verso il sole nascente, tentando di asciugare i miei occhi umidi, come se volesse portare via con sé la malinconia di tanta bellezza dimenticata. Ho pensato a quanti hanno pregato qui, a quanta fede e bellezza sono state create, e a come tutto questo ora giaccia nell'oblio. Le similitudini con Lanciano sono evidenti, stesso linguaggio artistico barocco, stessa capacità del barocco abruzzese di creare spazi che avvolgono e invitano alla contemplazione, ma mentre lì la chiesa vive e respira nella sua pienezza restaurata, qui a Villa Santa Maria la bellezza è imprigionata dal tempo.
Forse sono stato semplicemente rapito dagli stili di queste due chiese, da quel linguaggio artistico condiviso che sa creare luoghi dove l'anima può ancora respirare. Forse è questo il potere dell'arte: creare ponti invisibili tra luoghi diversi, unendo memorie e emozioni in un unico filo che attraversa i secoli. Ma mentre mi allontanavo, la tristezza per tanto abbandono è rimasta, insieme alla speranza che qualcuno, un giorno, sappia vedere oltre il degrado e creda che questa bellezza meriti di essere salvata.
Chiesa del Santissimo Rosario Villa Santa Maria
Tante sono le notizie storiche e artistiche legate a questa chiesa, e credo fermamente che, al di là di tutto, questa sia la chiesa più bella artisticamente parlando tra tutte quelle presenti a Villa Santa Maria. Il motivo è semplice ma fondamentale: mentre nelle altre chiese del paese, nel corso dei secoli, gli stili si sono sovrapposti e confusi, qui, nella Chiesa del Santissimo Rosario, il barocco è rimasto intatto, puro, senza contaminazioni. Questa omogeneità artistica, questa purezza di stile, rende la Chiesa del Santissimo Rosario un vero gioiello, un testimone autentico di un'epoca e di una sensibilità artistica che qui si è espressa nella sua forma più compiuta e armonica.
Un ringraziamento speciale va a Padre Pascal e al Professor Antonio Di Lello, che mi hanno accompagnato in questa visita e mi hanno permesso di riavvicinarmi, anche solo per un istante, a questo luogo di bellezza e memoria.
Spero un giorno, se la salute mi assisterà, di poter raccontare, magari attraverso un volume, tutte le bellezze artistiche di Villa Santa Maria, perché, con molta umiltà, come dicevano i latini, potius abundare quam deficiere.
Mauro Carbonetta
Pala d'altare Miracolo Eucaristico di Lanciano
Ci sono momenti in cui neppure l’arte riesce a colmare il vuoto che si crea nel cuore dell’uomo; e tuttavia, proprio quando si avverte questo limite, nasce anche il bisogno di cercare un senso, un segno, una luce. Con questo spirito desidero condividere qualche riflessione su un dipinto che, attraverso il linguaggio semplice e profondo dell’arte, tenta di dare forma visibile al mistero.
Nel Santuario del Miracolo Eucaristico di Lanciano, a destra della navata centrale, si trova l’altare di patronato della famiglia Valsecca, risalente al XVIII secolo, con la pala del Miracolo Eucaristico realizzata nel 1958 da Giovanni Lerario, frate minore conventuale e pittore di arte sacra del Novecento. Lerario, nato nel 1913 e morto nel 1973, fu sacerdote e artista dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali. La sua pittura si caratterizza per uno stile figurativo chiaro, ordinato e profondamente legato alla tradizione iconografica della Chiesa, pensato per accompagnare la preghiera dei fedeli.
Dietro la pala di questo altare, chiuso da tre chiavi, venne custodito il miracolo dal 1636 al 1902.
La tecnica utilizzata è olio su tela, con una stesura compatta e un modellato definito da un marcato chiaroscuro. Lerario impiega velature sovrapposte per modulare gradualmente i volumi e i piani, conferendo profondità e morbidezza ai volti e ai panneggi. La luce, proveniente dall'alto, non ha soltanto una funzione naturalistica, ma assume anche un valore teologico, distinguendo il piano soprannaturale da quello terreno. La composizione si sviluppa su due registri: nella parte superiore Cristo appare in gloria tra le nubi, circondato da figure angeliche; in quella inferiore è rappresentato l'episodio del miracolo durante la celebrazione eucaristica, con il sacerdote e i fedeli colti in una forte reazione emotiva. I volti mostrano un'espressività intensa, i gesti sono calibrati per guidare lo sguardo dell'osservatore verso il cuore dell'evento miracoloso, mentre la gamma cromatica, dominata da rossi profondi, verdi intensi e bruni caldi, contribuisce a creare un'atmosfera di solenne drammaticità.
L'opera è pervasa da una tensione profonda: quella di dover rappresentare la certezza assoluta per dissipare ogni dubbio. Il monaco basiliano è ritratto nell'atto di superare la propria incertezza sulla reale presenza di Cristo nell'Eucaristia, in piena sintonia con la funzione delle tele sacre: affermare, con la forza del colore e del dramma, la verità del dogma e accompagnare la fede dei credenti.
Sulla scena compare l'iscrizione latina «Caro eius corruptionem non vidit», tratta dal Salmo 15 (16),10 e ripresa negli Atti degli Apostoli (2,31). La traduzione è: "La sua carne non vide la corruzione". Il riferimento originario è alla Risurrezione di Cristo e all'incorruttibilità del suo corpo; nel contesto del miracolo eucaristico la frase assume un significato ancora più profondo, poiché afferma che la carne di Cristo, realmente presente nell'Eucaristia, è carne viva e gloriosa, non soggetta alla corruzione.
Sotto la tela è ubicata un’epigrafe incisa in latino, che così recita:
"Questo altare a Dio Onnipotente,
eretto in onore delle sacre reliquie,
con privilegio quotidiano perpetuo e libero
per tutti i defunti per qualsiasi sacerdote,
in virtù del Breve di Papa Benedetto XIV del giorno 4 del mese
di ottobre 1752 insignito, e dal Ministro
Generale dell'Ordine Carlo Antonio Calvi di Bologna
designato il giorno 9 del mese di marzo 1753."
In sintesi, l’epigrafe commemora un altare dedicato a Dio e alle sacre reliquie, che ricevette da Papa Benedetto XIV il privilegio perpetuo di celebrare messe quotidiane per i defunti, valido per qualsiasi sacerdote. L'altare fu successivamente designato dal Ministro Generale dell'Ordine, Carlo Antonio Calvi di Bologna, il 9 marzo 1753. La presenza di questa lapide sottolinea la continuità storica e spirituale del luogo, collegando il dipinto di Lerario a secoli di devozione e memoria liturgica.
Forse l’arte non riempie del tutto il vuoto del cuore, ma davanti a un’immagine come questa , ordinata, luminosa, dal tono meditativo, si percepisce come essa possa orientare lo sguardo verso l’Alto e aiutare a riscoprire il senso profondo del mistero che celebra.
Mauro Carbonetta

Organo del Santuario di Lanciono
Nel Santuario del Miracolo Eucaristico di Lanciano, all’interno della storica Chiesa di San Francesco, è collocato sulla controfacciata un organo monumentale che fa parte integrante dell’assetto artistico settecentesco del santuario. La chiesa, di origine medievale e rinnovata in forme barocche nella prima metà del XVIII secolo, accoglie questo strumento realizzato nella seconda metà del Settecento, in piena coerenza con il gusto decorativo dell’epoca.
L’organo è generalmente attribuito a Modesto Salvini, organaro abruzzese attivo nel XVIII secolo; alcuni studiosi, sulla base di confronti stilistici, lo accostano anche alla scuola di Adriano Fedri. Le fonti locali e la tradizione riportano inoltre che la cantoria lignea e l’organo furono donati al santuario da Papa Clemente XIV, pontefice tra il 1769 e il 1774, circostanza ricordata nella storiografia locale.
Dal punto di vista architettonico, la cassa lignea è integrata con la cantoria e costituisce un unico impianto scenografico. Il prospetto è organizzato in un’unica campata con tre cuspidi e presenta 21 canne di facciata (le cosiddette “canne di mostra”), disposte simmetricamente con andamento ascensionale verso il centro; le bocche sono allineate e arricchite da eleganti sagomature ornamentali tipiche dell’organaria settecentesca. Il numero 21 si riferisce esclusivamente alle canne visibili frontalmente; all’interno sono presenti ulteriori canne appartenenti ai diversi registri sonori dello strumento.
La decorazione della cassa e della balaustra si distingue per intagli lignei con volute, motivi vegetali e dorature che dialogano con gli stucchi e le modanature barocche dell’aula, inserendo l’organo nel più ampio programma decorativo della chiesa rinnovata nel Settecento. Non si tratta soltanto di uno strumento musicale, ma di un elemento architettonico e artistico concepito per armonizzarsi con lo spazio sacro.
Negli anni recenti l’organo è stato oggetto di un importante intervento di restauro durato oltre tre anni, sotto la direzione del maestro organaro Gian Piero Catelli. L’intervento ha riguardato la revisione della parte fonica e meccanica, il ripristino dell’efficienza del somiere a pistoni e del sistema di alimentazione dell’aria, oggi comprendente anche un mantice a lanterna non originale e un elettroventilatore, oltre al recupero delle componenti lignee. Al termine dei lavori lo strumento è stato benedetto e restituito alla piena funzionalità liturgica e concertistica.
L’organo del santuario di Lanciano rappresenta dunque una significativa testimonianza della tradizione organaria abruzzese del XVIII secolo, strettamente legata alla storia del santuario e alla sua centralità nella devozione eucaristica, dove arte, architettura e musica continuano ancora oggi a dialogare in modo armonico all’interno di questo luogo di fede.
Mauro Carbonetta
Il pulpito del Miracolo Eucaristico di Lanciano
Inizio la mia umile spiegazione partendo proprio dal pulpito della chiesa di San Francesco, meglio nota come Santuario del Miracolo Eucaristico di Lanciano. Il pulpito rappresenta un significativo esempio di arredo sacro in stile barocco, probabilmente databile tra il XVII e il XVIII secolo. Dopo il sisma, il complesso del convento e la chiesa furono riedificati, adottando i canoni estetici barocchi dominanti all'epoca. Dal punto di vista stilistico, presenta un impianto mosso e scenografico, con superfici curve e sporgenti, riccamente decorate da intagli lignei, volute, festoni e testine angeliche. La struttura è impreziosita da tarsie e motivi ornamentali dorati che creano un raffinato contrasto con il legno scuro lucidato. La copertura (il cielo del pulpito) è fortemente sporgente e culmina con una raggiera simbolica, elemento tipico della teatralità barocca. A livello artistico e iconografico, spiccano il rilievo centrale con simboli religiosi e la figura dell'angelo sotto le tavole della Legge, che rimanda al tema della Parola divina proclamata dal pulpito. L'insieme esprime pienamente la funzione didattica e celebrativa propria dell'arte barocca: coinvolgere emotivamente il fedele attraverso ricchezza decorativa, movimento e forte carica simbolica. Qualcuno potrà chiedersi che rapporto ci sia con la chiesa del Santissimo Rosario della Congrega di Villa Santa Maria. Se dopo anni riuscirò a varcare di nuovo la soglia di quella chiesa, dove andavo molto spesso grazie all'amicizia con la nipote della custode (colei che teneva la chiave), allora potrò parlare di quei particolari barocchi e di quelle sfumature architettoniche e stilistiche che le accomunano, e non solo.
Mauro Carbonetta

Pietre che parlano: quando l'arte diventa memoria

Miracolo Eucaristico Lanciano
















Questa mattina, ma lo faccio spesso quando mi trovo a Lanciano, sono entrato in una delle sue tante chiese. Non certo per accendere un cero o per fermarmi in preghiera, ma per quel piacere che non passa mai di ritrovarmi dentro la storia, di camminare tra le navate come si sfogliano le pagine di un libro. E ogni volta che varco la soglia di una di esse, il pensiero corre ai tempi della scuola e alla prof.ssa Vietri, che insegnava storia dell'arte e ci portava a visitare le chiese non come semplici turisti, ma come studenti. Lei ci insegnava che entrare in una chiesa non è solo un atto di fede, ma anche un viaggio nella storia. Perché le chiese, per chi sa guardarle, sono dei veri e propri libri aperti sulla cultura materiale e spirituale di un popolo. Ci insegnava a leggere le pietre nel senso più ampio del termine: a riconoscere un paramento murario e capire se era originario o frutto di una ricostruzione; a distinguere la successione degli stili, osservando come un arco a tutto sesto di epoca romanica potesse convivere con una volta a crociera gotica o con una sovra-decorazione barocca. Ci spiegava perché un altare maggiore è orientato in un certo modo, seguendo la tradizione liturgica, o perché un retablo ligneo o una tela seicentesca occupano una determinata cappella laterale, spesso legata al patronato di una famiglia o di una confraternita. Insomma, ci ha trasmesso l'idea che l'arte non è solo bellezza fine a se stessa, ma è anche identità, è lo specchio di una committenza, di una devozione e di un preciso contesto storico. Ecco, stamattina, forte di quegli insegnamenti, guardando la maestosità e la storia del Santuario del Miracolo Eucaristico di Lanciano, il pensiero è corso subito alla nostra piccola chiesa del Santissimo Rosario a Villa Santa Maria. Tanti anni fa la frequentavo spesso per le stesse ragioni, e anche perché conoscevo una signora dolcissima che custodiva la chiave: insieme a sua nipote si andava a visitarla. Ecco, per me, quella chiesa è sempre stata uno di quei Luoghi del Cuore, e a quei momenti sono legati tanti ricordi di quegli anni. Sembrerebbero mondi lontani: una è un santuario internazionale, l'altra è una chiesa di paese arroccata su una roccia. Eppure, se si osserva con attenzione, ci sono delle sfumature architettoniche e stilistiche che le accomunano. Ed è proprio di questo che vorrei parlarvi nei prossimi giorni.
Mauro Carbonetta

Neve a Villa Santa Maria fiume Sangro
Non ricordo quando ho scattato questa foto, ma rivedendola ho rivisto anche la gioia strabiliante di Tiziana nel guardarla.
Forse perché certi silenzi, come quelli di un fiume innevato, chiedono solo di essere ammirati insieme.
Mauro Carbonetta
@teletiziana

Viaggio tra ricordi e speranze perdute

Il treno della Sangritana
Ci sono giorni in cui i ricordi riaffiorano con forza, riportandomi indietro nel tempo. La stazione ferroviaria Sangritana di Villa Santa Maria è uno di quei luoghi che ha accompagnato tanti ragazzi negli anni scolastici. Quante volte, tra una corsa per prendere il treno e l’altra, ho visto passare persone, ognuna con la propria storia, ognuna con un pensiero che le spingeva a varcare la soglia di un vagone. A volte i ricordi tornano vividi, come quello di Mauro Boccagna, che mi rimproverò per aver pagato troppo un rapidograph, indispensabile per il disegno geometrico. Lo pagai 19 mila lire, ma lui, che frequentava l'Istituto Tecnico per Geometri, ne aveva uno di scorta e avrebbe voluto regalarmelo, visto che era anche amico di mio fratello. Mauro viaggiava tutte le mattine per andare a scuola a Lanciano, sempre allegro e scherzoso. Anche lui ci ha lasciati troppo presto. Il viaggio durava un’ora e mezza, tra salite difficili, come quella tra Crocetta e Castel Frentano, dove i vagoni provenienti da Guardiagrele, Orsogna e altri paesi si univano a quelli provenienti da Castel di Sangro, Villa Santa Maria, Casoli e dintorni. Le motrici, a volte, facevano fatica a trascinare i vagoni, carichi di studenti diretti ai vari istituti di Lanciano. Ricordo ancora il giorno in cui il treno deragliò, stranamente in salita, senza causare alcun problema.
Negli anni ’50 e ’60, nel piazzale della stazione di Villa c’era un locale dove si potevano gustare pasti veloci, frequentato prevalentemente da persone che attendevano il treno per ritornare nei propri paesi. Poco più avanti c’era il bar di Carpineta con un campo da bocce. E chissà, magari un giorno vi racconterò qualche aneddoto legato a quel campo, che faceva parte delle storie che animavano le nostre giornate. Ricordo, mentre scendevo alla stazione di Lanciano, un’immagine che mi è rimasta impressa. Una donna arrivava, con passo lento e il viso segnato da una dolce malinconia. Si fermava sempre nello stesso punto e attendeva, con lo sguardo rivolto ai vagoni che si svuotavano. Ogni giorno aspettava che scendesse la persona che amava, suo marito. Ma lui non c’era più. Eppure, nonostante lo sapesse, tornava ogni mattina, come se dentro di sé coltivasse la speranza, o forse l’illusione, che un giorno lui sarebbe riapparso tra la folla. Dopo un po’, quando tutti i ragazzi erano scesi, se ne andava, senza mai salire su un treno. Non posso fare a meno di pensare alla canzone Io ti cercherò di Ron, che racconta proprio di una ricerca, di un amore che non si è mai dimenticato. Ripensando a questi momenti, mi rendo conto di quanto il tempo abbia trasformato luoghi e persone, lasciando però intatti i ricordi. La stazione, i vagoni affollati, le risate tra amici, le storie di vita vissuta: tutto questo appartiene a un passato che continua a vivere dentro di noi. Forse è proprio questo il senso della memoria: dare un significato ai nostri passi, custodire le emozioni e mantenere viva la speranza, proprio come quella donna che, ogni mattina, continuava ad aspettare. E, in fondo, forse ognuno di noi è alla ricerca di qualcosa o di qualcuno, anche solo nei ricordi. Perché, come canta Ron, certi legami restano dentro, attraversano il tempo e lo spazio e, in qualche modo, ci fanno compagnia lungo il nostro viaggio fino all'ultimo giorno della nostra vita.
Mauro e Tiziana

Un momento anche per te

Un momento anche per te
















Ho ritrovato una fotografia di mia nonna Amalia Di Sciullo, madre di mio padre Francesco e degli zii Guido e Vera. Sua madre era una Sabatini, cognomi radicati a Villa Santa Maria. Era una donna semplice, dalla dolcezza infinita e da una forza quieta.
Sposò Mercurio, un nome che porta l’eco del messaggero celeste. Lui, messaggero terreno, coltivava la terra in contrada Selva Piane, a sette chilometri dal paese. Lei, la donnina che vedete nella foto, preparava il pranzo e iniziava il suo cammino a piedi, due volte al giorno. Portava il cesto, pesante, in perfetto equilibrio sul capo, per raggiungerlo nei campi.
Ciò che custodisco nel cuore, però, è un altro gesto, visto attraverso gli occhi del bambino piccolo che ero. Il sabato e la domenica, come un rito sacro e atteso, lei si chinava verso di me. Era un’amante dei fiori; li coglieva ovunque: lungo il sentiero per i campi, ma anche nel prato sotto casa. Nella mia manina, accanto alla monetina, deponeva con cura il suo piccolo tesoro: un mazzo di fiori di campo. Soprattutto, margherite.
Ora comprendo che l’amore più vero non risiede soltanto nella fatica di quel cesto pesante, ma accanto ad essa, nella costanza silenziosa di un gesto puro, compiuto per il solo dono della bellezza. Era il suo modo di abitare il mondo: ovunque scorgeva un fiore da ammirare e da regalare. Nell’umiltà di quei fiori colti apposta per me. Le rose potevano essere i suoi colori, ma le margherite, umili e tenaci, sono diventate per sempre i nostri. Sono il ricordo incarnato di una dolcezza che si chinava dopo essersi caricata, offerta senza clamore, e che ancora inebria il mio cuore con il linguaggio semplice dei petali bianchi e di un cuore giallo, donati a un bambino per insegnargli che la bellezza è sempre a portata di mano e chiede solo di essere condivisa.
Coloro che lasciano questa terra non si disperdono nel vento, ma alimentano per sempre il nostro modo di accarezzare il mondo, perché ogni gesto d’amore che ripetiamo porta la loro firma, e ogni margherita che raccogliamo è un saluto che ci giunge dal profondo del tempo.
Ed è per questo che, ancora oggi, ogni volta che una bambina mi porge un mazzo di margherite di campo, le mie mani le affidano a Tiziana, che anche lei le amava, in un cerchio di bellezza che non si spezza mai, dove l’amore di ieri continua a nutrire il cuore di oggi. Così il dono di nonna Amalia viaggia, di mano in mano, di cuore in cuore.
Grazie, nonna, per la dolcezza che hai seminato in me. Continua a fiorire, indistinta, in ogni margherita che affido al suo cuore.
Mauro Carbonetta

AGGIORNAMENTO SULLA SEGNALAZIONE DELLA VEGETAZIONE SUL CAMPANILE E DEL PULVINO DELLA CHIESA MADONNA IN BASILICA DI VILLA SANTA MARIA

Pubblico la risposta della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Chieti e Pescara (prot. 595/597 del 21 gennaio 2026) in merito alle mie segnalazioni urgenti sullo stato di degrado del pulvino architettonico e sulla presenza di vegetazione spontanea sul campanile della Chiesa Madonna in Basilica.
Voglio essere chiaro: finché non vedrò con i miei occhi il pulvino restaurato – segnalato dal sottoscritto già da anni – e la vegetazione rimossa dal campanile, non tacerò. Il cittadino, anche se per qualcuno non avrebbe "diritto" di segnalare se non è "eletto", ha il dovere morale di vigilare sul bene comune.
Continuerò a monitorare la situazione e a sollecitare le istituzioni competenti, come previsto dall'art. 27 del Codice dei Beni Culturali.


Avete presente quando si dice “il paese si sta spopolando”?

Lago di Villa Santa Maria
Non è solo una sensazione. Lo vediamo tutti.
Il problema è grande: il punto non è solo cercare di attirare turisti per quindici giorni d'estate. Per un negoziante, un bar, un artigiano, quei pochi giorni non bastano a respirare economicamente per gli altri undici mesi dell'anno. Il punto è far sì che nuove famiglie scelgano di vivere qui, tutto l'anno. Solo così si colma quel vuoto che sentiamo.
Ma come si fa? Non c'è una bacchetta magica, ma credo si possa partire da una cosa molto concreta, che tocca tantissimi di noi: salvare le nostre "seconde case".
Quante di quelle case chiuse appartengono a figli del paese che, dopo una vita di lavoro, hanno speso tutti i risparmi per avere un posto dove tornare? Per la famiglia, per l'estate, per le feste e magari anche per mesi. Sono la nostra storia vivente.
Eppure, oggi quel legame rischia di spezzarsi. Perché? Per le tasse, con aliquote alle stelle, che sono diventate insopportabili. Non sono i Rockefeller, sono persone che hanno fatto un sacrificio per la loro terra.
La prima mossa? Abbassare quelle aliquote in modo serio.
E poi, perché non iniziare a ragionare su quelle case vetuste, abbandonate da oltre mezzo secolo? Perché i Comuni (molti comuni hanno iniziato già a percorrere questa strada) non studiano un modo per acquisirle (con gli strumenti che ci sono, come l'esproprio per rovina), rimetterle in sesto e offrirle in affitto a lungo termine a chi vuole restare?
Quelle case, da entrambe le categorie, potrebbero essere la nostra risorsa più grande. Per i residenti tutto l'anno, un incentivo fiscale chiaro per chi fa questa scelta potrebbe essere la chiave.
E per il resto? Non bisognerebbe aspettare solo i bandi europei come fossero la lotteria. Cerchiamo sponsor: aziende del territorio, imprenditori che abbiano interesse a investire sulla comunità.
Io non sono un "eletto dal popolo" e forse per qualcuno non avrei titoli per parlare e creerei solo polemiche. Ma credo che l'unica speranza sia iniziare dalle piccole cose concrete. Per riassumere, da dove si comincia? A mio modesto e umile parere, da tre azioni concrete:
Rendere le seconde case una risorsa, non un peso, abbassando le tasse.
Ridare vita alle case abbandonate, con i Comuni che si fanno promotori, le riqualificano e le offrono in affitto a lungo termine a un prezzo popolare.
Investire sul territorio, cercando sponsor locali e unendo le forze tra paesi vicini per servizi migliori e più efficienti, salvaguardando e lottando per i servizi pubblici essenziali.
Partendo dal bisogno più vero: far sì che le case non rimangano vuote, ma tornino ad essere case vissute.
Mauro Carbonetta
@TeleTiziana

Campanile della Chiesa Madonna in Basilica
Quasi ogni giorno mi soffermo su una panchina ai piedi della Madonna in Basilica.
Lì mi lascio attraversare dal silenzio, quando c’è il sole mi faccio illuminare dai suoi raggi, e intanto lo sguardo si perde tra le margherite, piccole e tenaci, che sbocciano leggere ricordandoci quanto la bellezza sappia essere semplice, discreta e bisognosa di cura.
Ho notato una situazione che merita attenzione, in particolare nella parte alta del campanile.
È presente una pianta di fico nata spontaneamente in un punto architettonicamente delicato, tra la cornice di coronamento del campanile e la copertura.
Al di là dell’aspetto estetico, nel tempo le radici potrebbero compromettere la muratura, con possibili distacchi di laterizi e materiali

Una mia riflessione sincera sul nostro paese. Condivido un pensiero personale con voi, prendendo spunto da un post che ho letto e che mi ha colpito.

Villa Santa Maria
Ne riporto qui il passaggio centrale:
"Questa evidente mancanza di presenze durante le feste, già riscontrata al ponte dell'Immacolata, e in modo più allarmante nel quotidiano nell'ultimo periodo, spero sia frutto di circostanze temporanee perché, se dovesse continuare, sarà un problema per le attività e non solo..."
Su queste parole, vorrei integrare una mia personale riflessione.
Questo periodo festivo, come già il ponte dell'Immacolata, ci ha mostrato nuovamente un paese molto silenzioso. La piazzetta, i vicoli, i locali sono spesso vuoti.
Organizzare tombolate, giochi di gruppo e momenti di festa per chi c’è è senz'altro positivo. Anzi, un grazie a chi lo fa. Ma dobbiamo anche avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, senza girarci troppo intorno.
C’è poi chi dice: "Eppure, paesini più piccoli del nostro inventano mille eventi per attirare turisti!
È vero, lo fanno. Ma proviamo a pensarci onestamente: dopo quelle giornate di festa, dopo che i turisti se ne sono andati, come rimangono quei paesi? Rimangono vuoti. Si rivedono sempre le stesse, poche persone che vi abitano tutto l'anno. Lo sappiamo.
Ecco, il punto, secondo me, non è solo attirare visitatori per un giorno. Il problema vero non è la mancanza di eventi, è la mancanza di persone che vivono qui.
Osserviamo case in vendita, famiglie che non risiedono più, negozi che faticano. Lo vediamo tutti. Lo percepiamo tutti i giorni.
La vera domanda, quindi, è un’altra, e più importante: come facciamo a far sì che nuove famiglie scelgano di vivere qui, 365 giorni all'anno?
Come possiamo passare dall'essere una bella cartolina per turisti di passaggio, all'essere una vera casa, desiderabile, per chi cerca un futuro?
Forse, una parte della risposta, e dico forse, sta nell’aprirci a nuove possibilità. Pensiamo a chi cerca proprio un posto così: giovani che possono lavorare da qui, professionisti da altre città stanchi del caos, ma anche famiglie di immigrati regolari che arrivano con le valigie piene di voglia di integrarsi e di mettere radici da qualche parte. Anche qui, perché no?
Se vogliamo davvero rivedere le nostre strade piene di vita, di bambini che corrono, di gente che si incontra al bar non solo la domenica… beh, non basta più lamentarci che “non c’è più nessuno”. Dobbiamo iniziare a ragionare seriamente, tutti insieme, su come ridare opportunità e futuro al nostro paese.
Questa, per come la vedo io, non è una questione di politica. È una questione di comunità. Di sopravvivenza. Di quello che vogliamo lasciare.
Questa è la mia umile riflessione.
Mauro Carbonetta
Buon anno 2026 da Tele Tiziana webtv
L’anno sta finendo e il tempo scorre inesorabile per tutti. È il momento di fare un bilancio, nel bene e nel male. Sento dire che “bisogna andare avanti”, ma ultimamente mi domando cosa significhi davvero: e sinceramente, non lo so.
So, però, di essere circondato, in modo discreto e silenzioso, da persone che ci sono state e ci sono ancora. La vostra vicinanza è il pilastro su cui poggiano i miei giorni. Chiedo scusa se talvolta sono scontroso, assorto o distante, perso nei miei pensieri.
Per tutti voi, auguro che il nuovo anno sia un luogo più gentile: un posto in cui valga la pena di esserci, e di essere felici.
E a te, che sei la mia stella e mi avvolgi orientandomi nel disordine del mio tempo, il pensiero più profondo e infinito.
Buon 2026,
Mauro
Auguri di buon Natale
Questo augurio è per chi guarda una sedia vuota e sente il peso del silenzio.
È per voi, custodi del tempo, memoria vivente di ciò che siamo, e per chi, nella solitudine, attende un gesto semplice, un riconoscimento.
A chi spera ancora in un po’ di pace.
A voi, bambini, fonte di tenerezza e promessa di futuro, che con il vostro stupore ci ricordate come il mondo possa essere ancora un luogo possibile.
Mentre auguro a ciascuno di trovare la sua luce, una stella in particolare guida il mio sguardo.
Ed è lì, a quella luce, che il mio pensiero dimora, in eterno.
Buon Natale,
Mauro Carbonetta

Un punto rosso sulla porta del tempo

Un punto rosso come simbolo
Un centrino rosso di Natale, appeso a un portone di legno ormai consumato dal tempo. Piccolo e lavorato a mano, simboleggia, nel suo disegno, un albero di Natale. È un simbolo di festa, eppure avvolge questa casa diroccata, che non si trova in una campagna lontana, ma è proprio lì, vicino a casa mia.
Quel punto di colore acceso sul legno grigio mi ha commosso profondamente.
Da bambini, in inverno, guardavamo dal balcone verso quella casa. In attesa della neve, il nostro sguardo si posava sul suo camino fumante, segno di vita e di calore. Si viveva di poco, con una dignità e un’umiltà che trasformavano ogni gesto in una quieta poesia.
Ora il tetto cede, le imposte pendono storte, il silenzio è totale. Ma guardate… anche solo per un attimo, quel simbolo rosso acceso sembra ridare un battito. È come se il portone, attraverso quella semplice decorazione, volesse sussurrare un “grazie”. Grazie perché questa casa è stata vissuta, amata. Perché le sue stanze hanno custodito due anime, e per tanti anni è parso che nulla, neppure il tempo, potesse rubare la loro pace.
Ed è per questo che voglio dire un grazie speciale, dal
Un punto rosso sulla porta
cuore, a tutto il gruppo di donne de Il Filo che Unisce di Villa Santa Maria. Avete dedicato il vostro tempo a creare non solo un simbolo natalizio, ma un faro di memoria e di calore. Perché, attraverso questi centrini, voi riscaldate quelle case, e idealmente quelle anime, che in questo momento hanno soltanto bisogno di sentirsi ricordate, avvolte, amate.
Grazie per questo gesto silenzioso, che ha riscaldato anche il mio cuore di bambino, tornato per un attimo a guardare dal balcone in attesa della neve.
Tiziana e Mauro

Lettera aperta: Il silenzio dopo 40 anni di attività - La nostra storia

La Nostra Storia
Un silenzio, due paesi, e la stessa saracinesca.
Questo non è un atto di accusa, né tanto meno una sterile lamentela. Il vittimismo è una dimensione che mi è sempre stata estranea, un abito che non ho mai indossato. Scrivo invece per condividere una riflessione nata da una profonda tristezza, nella speranza che la sua semplicità possa, forse, risuonare in qualcuno. Dopo oltre quarant'anni di attività, il negozio che ho gestito con Tiziana, mia compagna di vita e di lavoro, ha abbassato per l'ultima volta la sua saracinesca un anno fa. La chiusura, dettata da "ovvi motivi" che molti in paesi piccoli come il nostro conoscono bene, è stata una scelta sofferta ma inevitabile. In un paese di appena mille anime, ogni attività che chiude non è solo un fallimento imprenditoriale, ma un pezzo di comunità che si spezza, un punto di riferimento che scompare, un silenzio che avanza. A questa scelta, fatta le dovute e sentite eccezioni di alcuni clienti e amici affezionati, è seguito un silenzio assordante. Un silenzio istituzionale, per essere precisi. Nessuna parola, nessun gesto, nessun riconoscimento per quattro decenni di lavoro, di presenza, di servizio a quella stessa comunità. È la normalità, mi dicono. È così che
La storia
vanno le cose. Alcuni giorni fa, non lontano da qui, a Ortona, un'attività simile alla nostra, con una storia gloriosa di cinquant'anni, ha chiuso i battenti. Con il cuore spezzato, ho assistito a un servizio televisivo che ritraeva la commozione di una comunità intera, radunata in solidarietà alla proprietaria, per condividere il peso di quell'addio.
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