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CRONACA D'ABRUZZO
CRONACA
D'ABRUZZO
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Mostra personale di Paolo Spoltore
La mostra, curata criticamente da Antonio Gasbarrini, si conferma un'occasione imperdibile per confrontarsi con un'arte che, pur partendo dalla catastrofe, cerca ostinatamente barlumi di bellezza e umanità.L’AQUILA - SEDE DEL CONSIGLIO REGIONALE D’ABRUZZO
NAVATA CENTRALE DELL’EMICICLO
16 MARZO - 31 MARZO 2026
Fonticillo, il cuore che scorre via
Oggi pomeriggio, anche se in verità è tanto tempo che ci penso, durante una passeggiata con il mio amico Peppino Giuseppe Stanziani, mi sono fermato davanti al rudere della vecchia e storica fontana di Fonticillo. Avrà almeno cent'anni!Mi sono ritrovato a guardarla a lungo e i ricordi hanno preso il sopravvento. Rivedo ancora quel filo d'acqua, sottile e prezioso, che usciva timido dalla cannella. Oggi è solo un ricordo, un sussurro di ciò che è stato. Che nostalgia di quando la sua voce, seppur flebile, era ancora capace di dissetare e di raccontare storie.
Al di là della bontà della sua acqua, la mia memoria corre a mia nonna e a mio padre. Loro dicevano sempre che quest'acqua era così pura e leggera, quasi salutare per l'anima. Chissà se la sorgente si è davvero persa per sempre...
Sarebbe bello, un giorno, poterla riqualificare. Immagino uno spazio ritrovato attorno ad essa, un luogo verde e armonioso, un piccolo angolo di pace dove gli anziani del paese possano ritrovarsi e trascorrere il tempo, ascoltando di nuovo il suo gorgoglio gentile, magari leggendo un libro o semplicemente meditando. Perché non è solo il rumore dell'acqua: è la colonna sonora della nostra storia.E io spero davvero, con tutto il cuore, che un giorno qualcuno raccolga questo desiderio e ridoni vita a questo luogo. Perché alcuni posti non meritano di morire, meritano solo di essere ricordati e amati di nuovo.
Mauro Carbonetta

Oggi Google mi ha riportato alla memoria questa tela che dipinsi nel 2013. Rivederla è stato come ricevere uno schiaffo di luce.
Quei colori così accesi, quella forza vitale che esplode dai papaveri rossi nel prato, dagli ulivi argentati, dal borgo che si staglia sulla collina sotto un cielo azzurro intenso... Ogni pennellata trasuda energia, passione, una visione chiara e luminosa del mondo.
Ma c'è qualcosa che mi colpisce ancora di più: ieri, socchiudendo gli occhi, davanti a me si aprivano migliaia di colori, sfumature infinite, una sinfonia cromatica. Oggi, se socchiudo gli occhi, tutto appare spento, daltonico, come se quella luce si fosse ritirata da qualche parte dentro di me.
Forse è questo il vero passaggio del tempo: non nelle rughe, ma nella progressiva perdita di intensità con cui vediamo il mondo.
Mauro Carbonetta
@teletiziana.it
Ho provato ad accostare le due chiese dallo stesso punto di vista, con la stessa prospettiva. Forse dalle foto lo stile barocco non si nota molto, però a me fanno lo stesso effetto: entrare in una è come entrare nell'altra. Il tempo si ferma e si respira la stessa aria magica, un'atmosfera carica di arte e di bellezza che ti lascia senza parole. Mauro Carbonetta
RIFLESSIONE DI UNA GIORNATA: LA MARGHERITA E L'ALTALENA
Oggi ho incrociato gli stessi sguardi di sempre. Una donna davanti alla chiesa con un bicchiere di plastica, che chiedeva l'elemosina, mentre qualcuno le rivolgeva parole pesanti e offensive, come se non avesse già abbastanza peso sulle spalle. Un uomo seduto sul gradino di un locale, con la mano tesa, che chiedeva l'elemosina, e ho visto passanti voltarsi dall'altra parte, qualcuno addirittura insultarlo. Mentre più in là un gruppo di signore eleganti discuteva dell'ultimo completo firmato per il loro cagnolino. Due mondi opposti a pochi metri di distanza. E in mezzo, il vuoto. Guardo la scena e sento un nodo alla gola. Mi chiedo: ma come abbiamo fatto a permettere tutto questo? Come abbiamo fatto a normalizzare l'idea che mentre qualcuno cerca le briciole, qualcun altro possa permettersi di trasformare il superfluo in necessario, e qualcun altro ancora si senta in diritto di umiliare chi già non ha nulla? Penso ai bambini che nascono dalla parte sbagliata del mondo. Quelli che imparano il sapore della fame prima ancora di saper leggere. Quelli che qualcuno, lontano, muove come burattini senza fili, decidendo i loro destini con indifferenza. Eppure, nonostante tutto, sono loro i più veri. Loro non hanno gli sci per scendere dalle montagne, non hanno le abbuffate nei ristoranti, non hanno l'ultimo modello di scarpe. Ma li vedi giocare lo stesso. Li vedi sull'altalena spingersi per toccare il cielo con un dito, anche se quel cielo è lo stesso per tutti. Li vedi correre nei prati a raccogliere margherite, come se fossero tesori. Li vedi dare un nome a un gatto randagio, a un albero, a una nuvola, convinti che quel nome durerà per sempre. E in quei momenti ti chiedi: chi è veramente ricco? Chi ha tutto e desidera di più, o chi ha quasi niente ma trasforma una margherita in un universo? Quella margherita raccolta dalla bambina, se posso, la prendo e me la tengo stretta. La metterò in quel vaso di marmo che ho scolpito con le mie mani, perché la pietra, che sembra fredda, impari a custodire un fiore vissuto un solo giorno. E forse, in quel contrasto, capirò che la vera eternità non sta nella durezza del marmo, ma nella fragilità di qualcosa che qualcuno ha colto senza sapere che lo stava facendo anche per me, e non solo. Poi il pensiero torna agli anziani. Poveri vecchi soli, nelle loro stanze silenziose, con una vita di sacrifici alle spalle e nessuno che bussa alla porta. La loro povertà non si vede in un bicchiere di plastica, ma svuota l'anima allo stesso modo. Aspettano. Aspettano una visita, una voce, o semplicemente che il tempo passi in fretta. Anche loro, come quei bambini, hanno solo ricordi a cui aggrapparsi. Ma a differenza dei bambini, forse non hanno più la forza di dare un nome nuovo a qualcosa. Forse
sono un'utopista, lo so. Continuo a illudermi e a chiedermi: perché non possiamo essere tutti uguali? Non nelle cose, non negli abiti. Ma nella dignità. Nel diritto di esistere. Nel diritto di avere qualcuno che dia valore ai nostri giorni, ai nostri giochi, ai nostri silenzi. Perché è questo il punto, credo. Chi è ricco spesso non odia i poveri. Semplicemente non li vede più. Sono diventati trasparenti, parte del paesaggio, come i lampioni o i cassonetti. E non vede nemmeno quei bambini che sull'altalena toccano il cielo, o quei vecchi che aspettano qualcuno che non arriva. E c'è chi, invece, li vede fin troppo, e usa quelle parole come pietre, per allontanare il fastidio di una coscienza che forse, in fondo, sa di dover chiedere scusa. E allora la vera domanda è: quando abbiamo smarrito la capacità di guardarci negli occhi? Stasera torno a casa con questo peso. Questa tristezza che non passa. Ma forse, finché proveremo ancora qualcosa, finché il nodo alla gola tornerà, vorrà dire che non ci siamo arresi del tutto. E forse, un giorno, qualcosa cambierà. O forse no. Ma almeno avremo guardato. Almeno avremo sentito. Almeno avremo capito che la vera ricchezza è un bambino che chiama per nome una margherita. E a quei bambini che domani si sveglieranno e torneranno a spingersi sull'altalena, su e giù, su e giù, come a dire che la vita è questo movimento, questo slancio, questa ostinazione a cercare il cielo anche quando il mondo ti vorrebbe con i piedi per terra. Perché loro lo sanno: il cielo non si compra, si tocca. Con la punta delle dita, per un secondo, mentre l'altalena sale e per un attimo sei sospeso, lì dove i ricchi non arriveranno mai.Mauro Carbonetta
La bellezza imprigionata dal tempo
Questa mattina, dopo tanti anni, sono riuscito ad affacciarmi sulla soglia della Chiesa del Santissimo Rosario di Villa Santa Maria (la chiesa della Congrega). Mezzo metro, non di più, per motivi di sicurezza. Ma guardando queste fotografie che ho scattato e che pubblico, la navata che si stende verso l'altare maggiore, le panche di legno consumato dal tempo, la luce che filtra dalla finestra sulla volta a botte, gli stucchi che ancora resistono nonostante il degrado, ho sentito qualcosa riattivarsi nella memoria, un'emozione antica che finalmente ho compreso.È la stessa atmosfera che ho respirato pochi giorni fa nel Santuario del Miracolo Eucaristico di Lanciano. Stessi stucchi bianchi che danzano sulle pareti, stessi angeli alati scolpiti nel gesso in posizioni dinamiche, stessi marmi policromi nelle tonalità del rosa e del verde che brillano negli altari laterali, stessa volta a botte con lunette che abbraccia lo spazio creando giochi di luce e ombra. Il filo invisibile che lega questi due luoghi è Nicola Ranieri di Guardiagrele, il grande maestro del '700 abruzzese, che ha lasciato la sua impronta in entrambi gli spazi, operando e dipingendo sia per il Santuario del Miracolo Eucaristico di Lanciano sia per il Santissimo Rosario di Villa Santa Maria.
Le due chiese rappresentano esempi eccellenti del barocco abruzzese del XVIII secolo: la Chiesa del Santissimo Rosario, con la sua facciata in pietra locale che cela un interno barocco a navata unica, e il Santuario di Lanciano, che presenta una facciata gotica borgognona ma un interno completamente trasformato in stile barocco tra il 1730 e il 1745. Il barocco, con le sue linee curve, le decorazioni abbondanti, gli effetti teatrali della luce, l'integrazione tra architettura, scultura e pittura, mirava a coinvolgere emotivamente il fedele, creando spazi di intensa spiritualità e bellezza. Entrambe le chiese esprimono questa sensibilità attraverso gli stucchi bianchi, i marmi policromi, gli angeli danzanti, le volte affrescate (quelle di Villa Santa Maria appena accennate, forse il tempo le ha definitivamente distrutte) e gli altari dorati.
Mentre ero lì, sulla soglia, ho notato i dettagli che raccontano la storia di questo luogo: la pietra con la data 1639 incisa sulla facciata esterna, che testimonia l'inizio dei lavori di costruzione; la croce in pietra e il cherubino alato sopra il portale, simboli di consacrazione e protezione; gli abiti processionali della Confraternita, quei paramenti blu e oro ammassati sulle panche, un tempo indossati con devozione dai confratelli nelle processioni del Rosario.

La Confraternita del Santissimo Rosario di Villa fu istituita qualche decennio dopo la vittoria di Lepanto del 1571, quando Papa Pio V attribuì alla Vergine la vittoria della Lega Santa contro l'Impero Ottomano, istituendo la festa della Madonna del Rosario. In tutta Italia nacquero confraternite dedicate al Santo Rosario e anche Villa Santa Maria volle la sua. La chiesa fu sede della Congrega fino alla metà del Novecento, quando essa si estinse e la giurisdizione passò sotto la parrocchia di San Nicola.
Le confraternite in Abruzzo erano molto diffuse: tra il XVI e il XVIII secolo esistevano 868 confraternite in 721 centri della regione, testimonianza di un tessuto religioso e sociale vivace e radicato. La Confraternita del Rosario era tutelata spiritualmente e seguiva le tradizioni devozionali legate alla preghiera del Rosario e alle opere di carità.
Gli artisti che hanno lavorato in questa chiesa rappresentano il meglio della produzione artistica abruzzese del XVIII secolo: Nicola Ranieri di Guardiagrele (1749-1850), il maestro fondatore della scuola di Guardiagrele, dipinse la Madonna del Rosario dell'altare maggiore; Pietro De Marinis e Francesco Colecchia, artisti attivi in Abruzzo nel XVIII secolo e legati alla scuola di Ranieri, realizzarono la pala della Madonna Immacolata con Santi in un altare laterale. Il Martirio di Santo Francescano posto lungo la navata è riferibile alla scuola di Nicola Ranieri. L'altare è rivolto a est, verso il sole nascente, seguendo la tradizione millenaria che orientava le chiese verso Cristo luce del mondo.
Particolarmente pregevole è l'organo barocco, collocato sulla cantoria in muratura sopra l'ingresso, che con la sua cassa lignea dorata e le canne disposte a cuspide rappresenta un esempio significativo degli strumenti musicali utilizzati nelle chiese di confraternita abruzzesi del XVIII secolo. L'organo, visibile dalla fotografia della cantoria con i simboli musicali scolpiti nel parapetto, accompagnava le funzioni religiose e le processioni, riempiendo di musica sacra questo spazio. Gli organi barocchi in Abruzzo erano elementi fondamentali della liturgia e della vita musicale delle confraternite, e quello del Santissimo Rosario, pur nell'abbandono, testimonia ancora quella vitalità musicale e devozionale.

Oggi, guardando queste immagini, ciò che colpisce è il contrasto straziante tra la bellezza che resiste e l'abbandono che avanza: le crepe che attraversano le volte, l'intonaco che si sgretola, i cumuli di legno e pietre ammassati davanti agli altari, i paramenti polverosi che giacciono dimenticati. Eppure, proprio in questo stato di sospensione temporale, c'è una bellezza struggente che parla di ciò che è stato e che potrebbe tornare ad essere.
Quando sono andato via, mentre mi allontanavo da quella soglia oltre la quale non si può andare, i ricordi e il senso dell'abbandono mi hanno intristito. Un vento di garbino ha iniziato a soffiare da oriente, quasi come a ricordarmi l'antico orientamento liturgico dell'altare verso il sole nascente, tentando di asciugare i miei occhi umidi, come se volesse portare via con sé la malinconia di tanta bellezza dimenticata. Ho pensato a quanti hanno pregato qui, a quanta fede e bellezza sono state create, e a come tutto questo ora giaccia nell'oblio. Le similitudini con Lanciano sono evidenti, stesso linguaggio artistico barocco, stessa capacità del barocco abruzzese di creare spazi che avvolgono e invitano alla contemplazione, ma mentre lì la chiesa vive e respira nella sua pienezza restaurata, qui a Villa Santa Maria la bellezza è imprigionata dal tempo.
Forse sono stato semplicemente rapito dagli stili di queste due chiese, da quel linguaggio artistico condiviso che sa creare luoghi dove l'anima può ancora respirare. Forse è questo il potere dell'arte: creare ponti invisibili tra luoghi diversi, unendo memorie e emozioni in un unico filo che attraversa i secoli. Ma mentre mi allontanavo, la tristezza per tanto abbandono è rimasta, insieme alla speranza che qualcuno, un giorno, sappia vedere oltre il degrado e creda che questa bellezza meriti di essere salvata.
Tante sono le notizie storiche e artistiche legate a questa chiesa, e credo fermamente che, al di là di tutto, questa sia la chiesa più bella artisticamente parlando tra tutte quelle presenti a Villa Santa Maria. Il motivo è semplice ma fondamentale: mentre nelle altre chiese del paese, nel corso dei secoli, gli stili si sono sovrapposti e confusi, qui, nella Chiesa del Santissimo Rosario, il barocco è rimasto intatto, puro, senza contaminazioni. Questa omogeneità artistica, questa purezza di stile, rende la Chiesa del Santissimo Rosario un vero gioiello, un testimone autentico di un'epoca e di una sensibilità artistica che qui si è espressa nella sua forma più compiuta e armonica.Un ringraziamento speciale va a Padre Pascal e al Professor Antonio Di Lello, che mi hanno accompagnato in questa visita e mi hanno permesso di riavvicinarmi, anche solo per un istante, a questo luogo di bellezza e memoria.
Spero un giorno, se la salute mi assisterà, di poter raccontare, magari attraverso un volume, tutte le bellezze artistiche di Villa Santa Maria, perché, con molta umiltà, come dicevano i latini, potius abundare quam deficiere.
Mauro Carbonetta
Ci sono momenti in cui neppure l’arte riesce a colmare il vuoto che si crea nel cuore dell’uomo; e tuttavia, proprio quando si avverte questo limite, nasce anche il bisogno di cercare un senso, un segno, una luce. Con questo spirito desidero condividere qualche riflessione su un dipinto che, attraverso il linguaggio semplice e profondo dell’arte, tenta di dare forma visibile al mistero.Nel Santuario del Miracolo Eucaristico di Lanciano, a destra della navata centrale, si trova l’altare di patronato della famiglia Valsecca, risalente al XVIII secolo, con la pala del Miracolo Eucaristico realizzata nel 1958 da Giovanni Lerario, frate minore conventuale e pittore di arte sacra del Novecento. Lerario, nato nel 1913 e morto nel 1973, fu sacerdote e artista dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali. La sua pittura si caratterizza per uno stile figurativo chiaro, ordinato e profondamente legato alla tradizione iconografica della Chiesa, pensato per accompagnare la preghiera dei fedeli.
Dietro la pala di questo altare, chiuso da tre chiavi, venne custodito il miracolo dal 1636 al 1902.
La tecnica utilizzata è olio su tela, con una stesura compatta e un modellato definito da un marcato chiaroscuro. Lerario impiega velature sovrapposte per modulare gradualmente i volumi e i piani, conferendo profondità e morbidezza ai volti e ai panneggi. La luce, proveniente dall'alto, non ha soltanto una funzione naturalistica, ma assume anche un valore teologico, distinguendo il piano soprannaturale da quello terreno. La composizione si sviluppa su due registri: nella parte superiore Cristo appare in gloria tra le nubi, circondato da figure angeliche; in quella inferiore è rappresentato l'episodio del miracolo durante la celebrazione eucaristica, con il sacerdote e i fedeli colti in una forte reazione emotiva. I volti mostrano un'espressività intensa, i gesti sono calibrati per guidare lo sguardo dell'osservatore verso il cuore dell'evento miracoloso, mentre la gamma cromatica, dominata da rossi profondi, verdi intensi e bruni caldi, contribuisce a creare un'atmosfera di solenne drammaticità.
L'opera è pervasa da una tensione profonda: quella di dover rappresentare la certezza assoluta per dissipare ogni dubbio. Il monaco basiliano è ritratto nell'atto di superare la propria incertezza sulla reale presenza di Cristo nell'Eucaristia, in piena sintonia con la funzione delle tele sacre: affermare, con la forza del colore e del dramma, la verità del dogma e accompagnare la fede dei credenti.
Sulla scena compare l'iscrizione latina «Caro eius corruptionem non vidit», tratta dal Salmo 15 (16),10 e ripresa negli Atti degli Apostoli (2,31). La traduzione è: "La sua carne non vide la corruzione". Il riferimento originario è alla Risurrezione di Cristo e all'incorruttibilità del suo corpo; nel contesto del miracolo eucaristico la frase assume un significato ancora più profondo, poiché afferma che la carne di Cristo, realmente presente nell'Eucaristia, è carne viva e gloriosa, non soggetta alla corruzione.
Sotto la tela è ubicata un’epigrafe incisa in latino, che così recita:
"Questo altare a Dio Onnipotente,
eretto in onore delle sacre reliquie,
con privilegio quotidiano perpetuo e libero
per tutti i defunti per qualsiasi sacerdote,
in virtù del Breve di Papa Benedetto XIV del giorno 4 del mese
di ottobre 1752 insignito, e dal Ministro
Generale dell'Ordine Carlo Antonio Calvi di Bologna
designato il giorno 9 del mese di marzo 1753."
In sintesi, l’epigrafe commemora un altare dedicato a Dio e alle sacre reliquie, che ricevette da Papa Benedetto XIV il privilegio perpetuo di celebrare messe quotidiane per i defunti, valido per qualsiasi sacerdote. L'altare fu successivamente designato dal Ministro Generale dell'Ordine, Carlo Antonio Calvi di Bologna, il 9 marzo 1753. La presenza di questa lapide sottolinea la continuità storica e spirituale del luogo, collegando il dipinto di Lerario a secoli di devozione e memoria liturgica.
Forse l’arte non riempie del tutto il vuoto del cuore, ma davanti a un’immagine come questa , ordinata, luminosa, dal tono meditativo, si percepisce come essa possa orientare lo sguardo verso l’Alto e aiutare a riscoprire il senso profondo del mistero che celebra.
Mauro Carbonetta
Nel Santuario del Miracolo Eucaristico di Lanciano, all’interno della storica Chiesa di San Francesco, è collocato sulla controfacciata un organo monumentale che fa parte integrante dell’assetto artistico settecentesco del santuario. La chiesa, di origine medievale e rinnovata in forme barocche nella prima metà del XVIII secolo, accoglie questo strumento realizzato nella seconda metà del Settecento, in piena coerenza con il gusto decorativo dell’epoca.L’organo è generalmente attribuito a Modesto Salvini, organaro abruzzese attivo nel XVIII secolo; alcuni studiosi, sulla base di confronti stilistici, lo accostano anche alla scuola di Adriano Fedri. Le fonti locali e la tradizione riportano inoltre che la cantoria lignea e l’organo furono donati al santuario da Papa Clemente XIV, pontefice tra il 1769 e il 1774, circostanza ricordata nella storiografia locale.
Dal punto di vista architettonico, la cassa lignea è integrata con la cantoria e costituisce un unico impianto scenografico. Il prospetto è organizzato in un’unica campata con tre cuspidi e presenta 21 canne di facciata (le cosiddette “canne di mostra”), disposte simmetricamente con andamento ascensionale verso il centro; le bocche sono allineate e arricchite da eleganti sagomature ornamentali tipiche dell’organaria settecentesca. Il numero 21 si riferisce esclusivamente alle canne visibili frontalmente; all’interno sono presenti ulteriori canne appartenenti ai diversi registri sonori dello strumento.
La decorazione della cassa e della balaustra si distingue per intagli lignei con volute, motivi vegetali e dorature che dialogano con gli stucchi e le modanature barocche dell’aula, inserendo l’organo nel più ampio programma decorativo della chiesa rinnovata nel Settecento. Non si tratta soltanto di uno strumento musicale, ma di un elemento architettonico e artistico concepito per armonizzarsi con lo spazio sacro.
Negli anni recenti l’organo è stato oggetto di un importante intervento di restauro durato oltre tre anni, sotto la direzione del maestro organaro Gian Piero Catelli. L’intervento ha riguardato la revisione della parte fonica e meccanica, il ripristino dell’efficienza del somiere a pistoni e del sistema di alimentazione dell’aria, oggi comprendente anche un mantice a lanterna non originale e un elettroventilatore, oltre al recupero delle componenti lignee. Al termine dei lavori lo strumento è stato benedetto e restituito alla piena funzionalità liturgica e concertistica.
L’organo del santuario di Lanciano rappresenta dunque una significativa testimonianza della tradizione organaria abruzzese del XVIII secolo, strettamente legata alla storia del santuario e alla sua centralità nella devozione eucaristica, dove arte, architettura e musica continuano ancora oggi a dialogare in modo armonico all’interno di questo luogo di fede.
Mauro Carbonetta
Inizio la mia umile spiegazione partendo proprio dal pulpito della chiesa di San Francesco, meglio nota come Santuario del Miracolo Eucaristico di Lanciano. Il pulpito rappresenta un significativo esempio di arredo sacro in stile barocco, probabilmente databile tra il XVII e il XVIII secolo. Dopo il sisma, il complesso del convento e la chiesa furono riedificati, adottando i canoni estetici barocchi dominanti all'epoca. Dal punto di vista stilistico, presenta un impianto mosso e scenografico, con superfici curve e sporgenti, riccamente decorate da intagli lignei, volute, festoni e testine angeliche. La struttura è impreziosita da tarsie e motivi ornamentali dorati che creano un raffinato contrasto con il legno scuro lucidato. La copertura (il cielo del pulpito) è fortemente sporgente e culmina con una raggiera simbolica, elemento tipico della teatralità barocca. A livello artistico e iconografico, spiccano il rilievo centrale con simboli religiosi e la figura dell'angelo sotto le tavole della Legge, che rimanda al tema della Parola divina proclamata dal pulpito. L'insieme esprime pienamente la funzione didattica e celebrativa propria dell'arte barocca: coinvolgere emotivamente il fedele attraverso ricchezza decorativa, movimento e forte carica simbolica. Qualcuno potrà chiedersi che rapporto ci sia con la chiesa del Santissimo Rosario della Congrega di Villa Santa Maria. Se dopo anni riuscirò a varcare di nuovo la soglia di quella chiesa, dove andavo molto spesso grazie all'amicizia con la nipote della custode (colei che teneva la chiave), allora potrò parlare di quei particolari barocchi e di quelle sfumature architettoniche e stilistiche che le accomunano, e non solo.Mauro Carbonetta
Pietre che parlano: quando l'arte diventa memoria

Questa mattina, ma lo faccio spesso quando mi trovo a Lanciano, sono entrato in una delle sue tante chiese. Non certo per accendere un cero o per fermarmi in preghiera, ma per quel piacere che non passa mai di ritrovarmi dentro la storia, di camminare tra le navate come si sfogliano le pagine di un libro. E ogni volta che varco la soglia di una di esse, il pensiero corre ai tempi della scuola e alla prof.ssa Vietri, che insegnava storia dell'arte e ci portava a visitare le chiese non come semplici turisti, ma come studenti. Lei ci insegnava che entrare in una chiesa non è solo un atto di fede, ma anche un viaggio nella storia. Perché le chiese, per chi sa guardarle, sono dei veri e propri libri aperti sulla cultura materiale e spirituale di un popolo. Ci insegnava a leggere le pietre nel senso più ampio del termine: a riconoscere un paramento murario e capire se era originario o frutto di una ricostruzione; a distinguere la successione degli stili, osservando come un arco a tutto sesto di epoca romanica potesse convivere con una volta a crociera gotica o con una sovra-decorazione barocca. Ci spiegava perché un altare maggiore è orientato in un certo modo, seguendo la tradizione liturgica, o perché un retablo ligneo o una tela seicentesca occupano una determinata cappella laterale, spesso legata al patronato di una famiglia o di una confraternita. Insomma, ci ha trasmesso l'idea che l'arte non è solo bellezza fine a se stessa, ma è anche identità, è lo specchio di una committenza, di una devozione e di un preciso contesto storico. Ecco, stamattina, forte di quegli insegnamenti, guardando la maestosità e la storia del Santuario del Miracolo Eucaristico di Lanciano, il pensiero è corso subito alla nostra piccola chiesa del Santissimo Rosario a Villa Santa Maria. Tanti anni fa la frequentavo spesso per le stesse ragioni, e anche perché conoscevo una signora dolcissima che custodiva la chiave: insieme a sua nipote si andava a visitarla. Ecco, per me, quella chiesa è sempre stata uno di quei Luoghi del Cuore, e a quei momenti sono legati tanti ricordi di quegli anni. Sembrerebbero mondi lontani: una è un santuario internazionale, l'altra è una chiesa di paese arroccata su una roccia. Eppure, se si osserva con attenzione, ci sono delle sfumature architettoniche e stilistiche che le accomunano. Ed è proprio di questo che vorrei parlarvi nei prossimi giorni.
Mauro Carbonetta

Non ricordo quando ho scattato questa foto, ma rivedendola ho rivisto anche la gioia strabiliante di Tiziana nel guardarla.
Forse perché certi silenzi, come quelli di un fiume innevato, chiedono solo di essere ammirati insieme.
Mauro Carbonetta
@teletiziana
Analfabetizzazione digitale: un appello per proteggere i più fragili

Un profondo ringraziamento va alle Forze di Polizia, all’Arma dei Carabinieri, alle scuole e a tutte le istituzioni che quotidianamente operano per contrastare i reati, anche quelli digitali, spesso attraverso preziose campagne informative e progetti di formazione. Il loro lavoro è fondamentale e merita tutta la nostra riconoscenza.
Tuttavia, accanto a questa indispensabile azione, è necessario un impegno ancora più forte nella prevenzione e nella sensibilizzazione della cittadinanza, che non deve essere lasciata sola, soprattutto nelle sue componenti più fragili, come gli anziani e chi vive in solitudine.
Proprio riguardo all’analfabetizzazione digitale, è urgente aiutare quelle persone che troppo spesso sono raggirate da mail, messaggi e altre truffe online. L’esperienza è purtroppo comune: proprio oggi mi sono ritrovato ad aiutare degli amici a telefonare alla loro compagnia telefonica per bloccare messaggi di app a pagamento, perché, parole loro, “a malapena riescono a usare un cellulare per telefonare”.
Le persone sole, spesso, si affidano e confidano le loro paure e le loro fragilità allo smartphone, o meglio, ai social, trovando in quel mondo una parvenza di compagnia. Bene, ora senza entrare nel merito di questo fenomeno complesso, sorge una domanda semplice ma cruciale: perché non tuteliamo di più quelle persone ignare che potenzialmente potrebbero essere raggirate?
Quante telefonate sospette (ultimamente c’è stata una stretta sui numeri italiani, ma non basta) riceviamo da numeri esteri come Francia, Australia, Spagna, Portogallo e non sappiamo come e cosa fare? Quanti siti web fasulli e quante mail e sms di finti enti riceviamo ogni giorno? Che cosa sono gli spam, il phishing ecc.? Umilmente mi chiedo: chi tutela quella persona sola, che magari non riceve più una chiamata da un amico o un’amica, che si sente ignorata e abbandonata a se stessa e si rifugia nelle apparenti certezze offerte da uno schermo per poi ritrovarsi il suo conto in banca prosciugato?
Ecco, la mia è una riflessione ad alta voce. E accenderei ancor di più una fiammella affinché le istituzioni locali e la scuola, insieme al prezioso lavoro delle forze dell’ordine (anche se già lo fanno), possano ulteriormente adoperarsi per organizzare delle vere lezioni a cadenza settimanale (io direi anche giornaliera, laddove possibile) per istruire soprattutto quelle persone fragili e sole. L’obiettivo è duplice: all’utilizzo responsabile della tecnologia e al sapere come comportarsi di fronte ai raggiri informatici, gestendo anche gli aspetti pratici come lo SPID, la carta d’identità elettronica, la PEC e i servizi digitali della pubblica amministrazione.
Una volta le locali sezioni di partito, si mettevano a disposizione gratuitamente dei cittadini "anziani" che non sapevano leggere e scrivere, un’istruzione di base che per loro era un traguardo irraggiungibile. L'analfabetizzazione digitale non è solo un disagio, ma un dramma sociale da cui potersi e doversi difendere.
Solo unendo la forza della legge, alla forza dell’educazione e alla forza della comunità possiamo costruire una rete di protezione davvero efficace e umana attorno a chi ne ha più bisogno. È una sfida di civiltà che non possiamo permetterci di perdere.
Mauro Carbonetta
Viaggio tra ricordi e speranze perdute
Ci sono giorni in cui i ricordi riaffiorano con forza, riportandomi indietro nel tempo. La stazione ferroviaria Sangritana di Villa Santa Maria è uno di quei luoghi che ha accompagnato tanti ragazzi negli anni scolastici. Quante volte, tra una corsa per prendere il treno e l’altra, ho visto passare persone, ognuna con la propria storia, ognuna con un pensiero che le spingeva a varcare la soglia di un vagone. A volte i ricordi tornano vividi, come quello di Mauro Boccagna, che mi rimproverò per aver pagato troppo un rapidograph, indispensabile per il disegno geometrico. Lo pagai 19 mila lire, ma lui, che frequentava l'Istituto Tecnico per Geometri, ne aveva uno di scorta e avrebbe voluto regalarmelo, visto che era anche amico di mio fratello. Mauro viaggiava tutte le mattine per andare a scuola a Lanciano, sempre allegro e scherzoso. Anche lui ci ha lasciati troppo presto. Il viaggio durava un’ora e mezza, tra salite difficili, come quella tra Crocetta e Castel Frentano, dove i vagoni provenienti da Guardiagrele, Orsogna e altri paesi si univano a quelli provenienti da Castel di Sangro, Villa Santa Maria, Casoli e dintorni. Le motrici, a volte, facevano fatica a trascinare i vagoni, carichi di studenti diretti ai vari istituti di Lanciano. Ricordo ancora il giorno in cui il treno deragliò, stranamente in salita, senza causare alcun problema.Negli anni ’50 e ’60, nel piazzale della stazione di Villa c’era un locale dove si potevano gustare pasti veloci, frequentato prevalentemente da persone che attendevano il treno per ritornare nei propri paesi. Poco più avanti c’era il bar di Carpineta con un campo da bocce. E chissà, magari un giorno vi racconterò qualche aneddoto legato a quel campo, che faceva parte delle storie che animavano le nostre giornate. Ricordo, mentre scendevo alla stazione di Lanciano, un’immagine che mi è rimasta impressa. Una donna arrivava, con passo lento e il viso segnato da una dolce malinconia. Si fermava sempre nello stesso punto e attendeva, con lo sguardo rivolto ai vagoni che si svuotavano. Ogni giorno aspettava che scendesse la persona che amava, suo marito. Ma lui non c’era più. Eppure, nonostante lo sapesse, tornava ogni mattina, come se dentro di sé coltivasse la speranza, o forse l’illusione, che un giorno lui sarebbe riapparso tra la folla. Dopo un po’, quando tutti i ragazzi erano scesi, se ne andava, senza mai salire su un treno. Non posso fare a meno di pensare alla canzone Io ti cercherò di Ron, che racconta proprio di una ricerca, di un amore che non si è mai dimenticato. Ripensando a questi momenti, mi rendo conto di quanto il tempo abbia trasformato luoghi e persone, lasciando però intatti i ricordi. La stazione, i vagoni affollati, le risate tra amici, le storie di vita vissuta: tutto questo appartiene a un passato che continua a vivere dentro di noi. Forse è proprio questo il senso della memoria: dare un significato ai nostri passi, custodire le emozioni e mantenere viva la speranza, proprio come quella donna che, ogni mattina, continuava ad aspettare. E, in fondo, forse ognuno di noi è alla ricerca di qualcosa o di qualcuno, anche solo nei ricordi. Perché, come canta Ron, certi legami restano dentro, attraversano il tempo e lo spazio e, in qualche modo, ci fanno compagnia lungo il nostro viaggio fino all'ultimo giorno della nostra vita.
Mauro e Tiziana
Un momento anche per te

Ho ritrovato una fotografia di mia nonna Amalia Di Sciullo, madre di mio padre Francesco e degli zii Guido e Vera. Sua madre era una Sabatini, cognomi radicati a Villa Santa Maria. Era una donna semplice, dalla dolcezza infinita e da una forza quieta.
Sposò Mercurio, un nome che porta l’eco del messaggero celeste. Lui, messaggero terreno, coltivava la terra in contrada Selva Piane, a sette chilometri dal paese. Lei, la donnina che vedete nella foto, preparava il pranzo e iniziava il suo cammino a piedi, due volte al giorno. Portava il cesto, pesante, in perfetto equilibrio sul capo, per raggiungerlo nei campi.
Ciò che custodisco nel cuore, però, è un altro gesto, visto attraverso gli occhi del bambino piccolo che ero. Il sabato e la domenica, come un rito sacro e atteso, lei si chinava verso di me. Era un’amante dei fiori; li coglieva ovunque: lungo il sentiero per i campi, ma anche nel prato sotto casa. Nella mia manina, accanto alla monetina, deponeva con cura il suo piccolo tesoro: un mazzo di fiori di campo. Soprattutto, margherite.
Ora comprendo che l’amore più vero non risiede soltanto nella fatica di quel cesto pesante, ma accanto ad essa, nella costanza silenziosa di un gesto puro, compiuto per il solo dono della bellezza. Era il suo modo di abitare il mondo: ovunque scorgeva un fiore da ammirare e da regalare. Nell’umiltà di quei fiori colti apposta per me. Le rose potevano essere i suoi colori, ma le margherite, umili e tenaci, sono diventate per sempre i nostri. Sono il ricordo incarnato di una dolcezza che si chinava dopo essersi caricata, offerta senza clamore, e che ancora inebria il mio cuore con il linguaggio semplice dei petali bianchi e di un cuore giallo, donati a un bambino per insegnargli che la bellezza è sempre a portata di mano e chiede solo di essere condivisa.
Coloro che lasciano questa terra non si disperdono nel vento, ma alimentano per sempre il nostro modo di accarezzare il mondo, perché ogni gesto d’amore che ripetiamo porta la loro firma, e ogni margherita che raccogliamo è un saluto che ci giunge dal profondo del tempo.
Ed è per questo che, ancora oggi, ogni volta che una bambina mi porge un mazzo di margherite di campo, le mie mani le affidano a Tiziana, che anche lei le amava, in un cerchio di bellezza che non si spezza mai, dove l’amore di ieri continua a nutrire il cuore di oggi. Così il dono di nonna Amalia viaggia, di mano in mano, di cuore in cuore.
Grazie, nonna, per la dolcezza che hai seminato in me. Continua a fiorire, indistinta, in ogni margherita che affido al suo cuore.
Mauro Carbonetta
AGGIORNAMENTO SULLA SEGNALAZIONE DELLA VEGETAZIONE SUL CAMPANILE E DEL PULVINO DELLA CHIESA MADONNA IN BASILICA DI VILLA SANTA MARIA
Pubblico la risposta della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Chieti e Pescara (prot. 595/597 del 21 gennaio 2026) in merito alle mie segnalazioni urgenti sullo stato di degrado del pulvino architettonico e sulla presenza di vegetazione spontanea sul campanile della Chiesa Madonna in Basilica.
Voglio essere chiaro: finché non vedrò con i miei occhi il pulvino restaurato – segnalato dal sottoscritto già da anni – e la vegetazione rimossa dal campanile, non tacerò. Il cittadino, anche se per qualcuno non avrebbe "diritto" di segnalare se non è "eletto", ha il dovere morale di vigilare sul bene comune.
Continuerò a monitorare la situazione e a sollecitare le istituzioni competenti, come previsto dall'art. 27 del Codice dei Beni Culturali.


Avete presente quando si dice “il paese si sta spopolando”?
Non è solo una sensazione. Lo vediamo tutti.Il problema è grande: il punto non è solo cercare di attirare turisti per quindici giorni d'estate. Per un negoziante, un bar, un artigiano, quei pochi giorni non bastano a respirare economicamente per gli altri undici mesi dell'anno. Il punto è far sì che nuove famiglie scelgano di vivere qui, tutto l'anno. Solo così si colma quel vuoto che sentiamo.
Ma come si fa? Non c'è una bacchetta magica, ma credo si possa partire da una cosa molto concreta, che tocca tantissimi di noi: salvare le nostre "seconde case".
Quante di quelle case chiuse appartengono a figli del paese che, dopo una vita di lavoro, hanno speso tutti i risparmi per avere un posto dove tornare? Per la famiglia, per l'estate, per le feste e magari anche per mesi. Sono la nostra storia vivente.
Eppure, oggi quel legame rischia di spezzarsi. Perché? Per le tasse, con aliquote alle stelle, che sono diventate insopportabili. Non sono i Rockefeller, sono persone che hanno fatto un sacrificio per la loro terra.
La prima mossa? Abbassare quelle aliquote in modo serio.
E poi, perché non iniziare a ragionare su quelle case vetuste, abbandonate da oltre mezzo secolo? Perché i Comuni (molti comuni hanno iniziato già a percorrere questa strada) non studiano un modo per acquisirle (con gli strumenti che ci sono, come l'esproprio per rovina), rimetterle in sesto e offrirle in affitto a lungo termine a chi vuole restare?
Quelle case, da entrambe le categorie, potrebbero essere la nostra risorsa più grande. Per i residenti tutto l'anno, un incentivo fiscale chiaro per chi fa questa scelta potrebbe essere la chiave.
E per il resto? Non bisognerebbe aspettare solo i bandi europei come fossero la lotteria. Cerchiamo sponsor: aziende del territorio, imprenditori che abbiano interesse a investire sulla comunità.
Io non sono un "eletto dal popolo" e forse per qualcuno non avrei titoli per parlare e creerei solo polemiche. Ma credo che l'unica speranza sia iniziare dalle piccole cose concrete. Per riassumere, da dove si comincia? A mio modesto e umile parere, da tre azioni concrete:
Rendere le seconde case una risorsa, non un peso, abbassando le tasse.
Ridare vita alle case abbandonate, con i Comuni che si fanno promotori, le riqualificano e le offrono in affitto a lungo termine a un prezzo popolare.
Investire sul territorio, cercando sponsor locali e unendo le forze tra paesi vicini per servizi migliori e più efficienti, salvaguardando e lottando per i servizi pubblici essenziali.
Ridare vita alle case abbandonate, con i Comuni che si fanno promotori, le riqualificano e le offrono in affitto a lungo termine a un prezzo popolare.
Investire sul territorio, cercando sponsor locali e unendo le forze tra paesi vicini per servizi migliori e più efficienti, salvaguardando e lottando per i servizi pubblici essenziali.
Partendo dal bisogno più vero: far sì che le case non rimangano vuote, ma tornino ad essere case vissute.
Mauro Carbonetta
@TeleTiziana
Quasi ogni giorno mi soffermo su una panchina ai piedi della Madonna in Basilica.Lì mi lascio attraversare dal silenzio, quando c’è il sole mi faccio illuminare dai suoi raggi, e intanto lo sguardo si perde tra le margherite, piccole e tenaci, che sbocciano leggere ricordandoci quanto la bellezza sappia essere semplice, discreta e bisognosa di cura.
Ho notato una situazione che merita attenzione, in particolare nella parte alta del campanile.
È presente una pianta di fico nata spontaneamente in un punto architettonicamente delicato, tra la cornice di coronamento del campanile e la copertura.
Al di là dell’aspetto estetico, nel tempo le radici potrebbero compromettere la muratura, con possibili distacchi di laterizi e materiali
Al di là dell’aspetto estetico, nel tempo le radici potrebbero compromettere la muratura, con possibili distacchi di laterizi e materiali
Quando l’amore diventa leggenda
Tra le pietre antiche dell’Abbazia di Santa Maria in Basilica e il lento scorrere del fiume Sangro, esiste una storia che non si trova nei documenti, ma nel respiro del tempo.È una storia di mani segnate dal lavoro, di silenzi condivisi, di margherite lasciate sulla riva come promesse che non appassiscono mai.
Questo testo è un estratto dal capitolo “La leggenda del Sangro”, tratto dal libro di prossima uscita:
L’Abbazia della Madonna in Basilica e oltre il tempo, scritto da Mauro e Tiziana.
L’Abbazia della Madonna in Basilica e oltre il tempo, scritto da Mauro e Tiziana.
Qui prendono vita Tilla e Mato: lei figlia dell’acqua, lui uomo di pietra e colore. Un amore discreto e profondo, capace di attraversare la vita, la perdita, e trasformarsi in memoria eterna.
C’è un fiume che ricorda.
Ci sono fiori semplici che tornano ogni primavera.
E c’è una leggenda che sussurra che l’amore vero non finisce, ma si trasforma.
Ci sono fiori semplici che tornano ogni primavera.
E c’è una leggenda che sussurra che l’amore vero non finisce, ma si trasforma.
Vi informerò con grande piacere non appena il libro sarà pronto. Per l’acquisto, sarà disponibile sui principali store online (tra cui Amazon, La Feltrinelli, IBS, Mondadori e altri) e potrà essere ordinato in oltre 4.500 librerie in tutta Italia.
Una mia riflessione sincera sul nostro paese. Condivido un pensiero personale con voi, prendendo spunto da un post che ho letto e che mi ha colpito.
Ne riporto qui il passaggio centrale:"Questa evidente mancanza di presenze durante le feste, già riscontrata al ponte dell'Immacolata, e in modo più allarmante nel quotidiano nell'ultimo periodo, spero sia frutto di circostanze temporanee perché, se dovesse continuare, sarà un problema per le attività e non solo..."
Su queste parole, vorrei integrare una mia personale riflessione.
Questo periodo festivo, come già il ponte dell'Immacolata, ci ha mostrato nuovamente un paese molto silenzioso. La piazzetta, i vicoli, i locali sono spesso vuoti.
Organizzare tombolate, giochi di gruppo e momenti di festa per chi c’è è senz'altro positivo. Anzi, un grazie a chi lo fa. Ma dobbiamo anche avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, senza girarci troppo intorno.
Organizzare tombolate, giochi di gruppo e momenti di festa per chi c’è è senz'altro positivo. Anzi, un grazie a chi lo fa. Ma dobbiamo anche avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, senza girarci troppo intorno.
C’è poi chi dice: "Eppure, paesini più piccoli del nostro inventano mille eventi per attirare turisti!
È vero, lo fanno. Ma proviamo a pensarci onestamente: dopo quelle giornate di festa, dopo che i turisti se ne sono andati, come rimangono quei paesi? Rimangono vuoti. Si rivedono sempre le stesse, poche persone che vi abitano tutto l'anno. Lo sappiamo.
È vero, lo fanno. Ma proviamo a pensarci onestamente: dopo quelle giornate di festa, dopo che i turisti se ne sono andati, come rimangono quei paesi? Rimangono vuoti. Si rivedono sempre le stesse, poche persone che vi abitano tutto l'anno. Lo sappiamo.
Ecco, il punto, secondo me, non è solo attirare visitatori per un giorno. Il problema vero non è la mancanza di eventi, è la mancanza di persone che vivono qui.
Osserviamo case in vendita, famiglie che non risiedono più, negozi che faticano. Lo vediamo tutti. Lo percepiamo tutti i giorni.
Osserviamo case in vendita, famiglie che non risiedono più, negozi che faticano. Lo vediamo tutti. Lo percepiamo tutti i giorni.
La vera domanda, quindi, è un’altra, e più importante: come facciamo a far sì che nuove famiglie scelgano di vivere qui, 365 giorni all'anno?
Come possiamo passare dall'essere una bella cartolina per turisti di passaggio, all'essere una vera casa, desiderabile, per chi cerca un futuro?
Come possiamo passare dall'essere una bella cartolina per turisti di passaggio, all'essere una vera casa, desiderabile, per chi cerca un futuro?
Forse, una parte della risposta, e dico forse, sta nell’aprirci a nuove possibilità. Pensiamo a chi cerca proprio un posto così: giovani che possono lavorare da qui, professionisti da altre città stanchi del caos, ma anche famiglie di immigrati regolari che arrivano con le valigie piene di voglia di integrarsi e di mettere radici da qualche parte. Anche qui, perché no?
Se vogliamo davvero rivedere le nostre strade piene di vita, di bambini che corrono, di gente che si incontra al bar non solo la domenica… beh, non basta più lamentarci che “non c’è più nessuno”. Dobbiamo iniziare a ragionare seriamente, tutti insieme, su come ridare opportunità e futuro al nostro paese.
Questa, per come la vedo io, non è una questione di politica. È una questione di comunità. Di sopravvivenza. Di quello che vogliamo lasciare.
Questa è la mia umile riflessione.
Mauro Carbonetta
L’anno sta finendo e il tempo scorre inesorabile per tutti. È il momento di fare un bilancio, nel bene e nel male. Sento dire che “bisogna andare avanti”, ma ultimamente mi domando cosa significhi davvero: e sinceramente, non lo so.So, però, di essere circondato, in modo discreto e silenzioso, da persone che ci sono state e ci sono ancora. La vostra vicinanza è il pilastro su cui poggiano i miei giorni. Chiedo scusa se talvolta sono scontroso, assorto o distante, perso nei miei pensieri.
Per tutti voi, auguro che il nuovo anno sia un luogo più gentile: un posto in cui valga la pena di esserci, e di essere felici.
E a te, che sei la mia stella e mi avvolgi orientandomi nel disordine del mio tempo, il pensiero più profondo e infinito.
Buon 2026,
Mauro
Mauro
Questo augurio è per chi guarda una sedia vuota e sente il peso del silenzio.È per voi, custodi del tempo, memoria vivente di ciò che siamo, e per chi, nella solitudine, attende un gesto semplice, un riconoscimento.
A chi spera ancora in un po’ di pace.
A voi, bambini, fonte di tenerezza e promessa di futuro, che con il vostro stupore ci ricordate come il mondo possa essere ancora un luogo possibile.
Mentre auguro a ciascuno di trovare la sua luce, una stella in particolare guida il mio sguardo.
Ed è lì, a quella luce, che il mio pensiero dimora, in eterno.
Buon Natale,
Mauro Carbonetta
Un punto rosso sulla porta del tempo
Un centrino rosso di Natale, appeso a un portone di legno ormai consumato dal tempo. Piccolo e lavorato a mano, simboleggia, nel suo disegno, un albero di Natale. È un simbolo di festa, eppure avvolge questa casa diroccata, che non si trova in una campagna lontana, ma è proprio lì, vicino a casa mia.Quel punto di colore acceso sul legno grigio mi ha commosso profondamente.
Da bambini, in inverno, guardavamo dal balcone verso quella casa. In attesa della neve, il nostro sguardo si posava sul suo camino fumante, segno di vita e di calore. Si viveva di poco, con una dignità e un’umiltà che trasformavano ogni gesto in una quieta poesia.
Ora il tetto cede, le imposte pendono storte, il silenzio è totale. Ma guardate… anche solo per un attimo, quel simbolo rosso acceso sembra ridare un battito. È come se il portone, attraverso quella semplice decorazione, volesse sussurrare un “grazie”. Grazie perché questa casa è stata vissuta, amata. Perché le sue stanze hanno custodito due anime, e per tanti anni è parso che nulla, neppure il tempo, potesse rubare la loro pace.
Ed è per questo che voglio dire un grazie speciale, dal
cuore, a tutto il gruppo di donne de Il Filo che Unisce di Villa Santa Maria. Avete dedicato il vostro tempo a creare non solo un simbolo natalizio, ma un faro di memoria e di calore. Perché, attraverso questi centrini, voi riscaldate quelle case, e idealmente quelle anime, che in questo momento hanno soltanto bisogno di sentirsi ricordate, avvolte, amate.
cuore, a tutto il gruppo di donne de Il Filo che Unisce di Villa Santa Maria. Avete dedicato il vostro tempo a creare non solo un simbolo natalizio, ma un faro di memoria e di calore. Perché, attraverso questi centrini, voi riscaldate quelle case, e idealmente quelle anime, che in questo momento hanno soltanto bisogno di sentirsi ricordate, avvolte, amate.Grazie per questo gesto silenzioso, che ha riscaldato anche il mio cuore di bambino, tornato per un attimo a guardare dal balcone in attesa della neve.
Tiziana e Mauro
"Nei tuoi occhi" di Mauro Carbonetta
A Tiziana
con tutto l'amore che posso
con tutto l'amore che posso
Nei tuoi occhi
c'è il riflesso
di un cielo
senza tempesta.
c'è il riflesso
di un cielo
senza tempesta.
E nella tua voce
l'eco di una ninna nanna
lontana,
che rassicura
e coccola l'anima.
l'eco di una ninna nanna
lontana,
che rassicura
e coccola l'anima.
Il mondo,
a volte,
può essere
rumoroso e affilato.
a volte,
può essere
rumoroso e affilato.
Ma tu
ricordi l'incanto
delle piccole cose,
la pazienza
di una stella
che aspetta la notte
per brillare.
ricordi l'incanto
delle piccole cose,
la pazienza
di una stella
che aspetta la notte
per brillare.
Mauro.
Il Discorso Parabolico: le Parabole del Regno dei Cieli nel Vangelo di Matteo 13
Siamo giunti al terzo grande discorso di Gesù: il Discorso Parabolico. Gesù non spreca parole sul Regno dei Cieli per illustrare le verità celesti a chi non vuole aprire il cuore a Dio. Bisogna predisporre lo spirito all'ascolto, essere ben disposti e interessati, e non calpestare il Verbo di Dio. Si adempie ancora una volta una profezia di Isaia: Voi udrete, ma non comprenderete, guarderete, ma non vedrete.[15]Perché il cuore di questo popolo si è indurito, son diventati duri di orecchi, e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli
Lettera aperta: Il silenzio dopo 40 anni di attività - La nostra storia
Un silenzio, due paesi, e la stessa saracinesca. Questo non è un atto di accusa, né tanto meno una sterile lamentela. Il vittimismo è una dimensione che mi è sempre stata estranea, un abito che non ho mai indossato. Scrivo invece per condividere una riflessione nata da una profonda tristezza, nella speranza che la sua semplicità possa, forse, risuonare in qualcuno. Dopo oltre quarant'anni di attività, il negozio che ho gestito con Tiziana, mia compagna di vita e di lavoro, ha abbassato per l'ultima volta la sua saracinesca un anno fa. La chiusura, dettata da "ovvi motivi" che molti in paesi piccoli come il nostro conoscono bene, è stata una scelta sofferta ma inevitabile. In un paese di appena mille anime, ogni attività che chiude non è solo un fallimento imprenditoriale, ma un pezzo di comunità che si spezza, un punto di riferimento che scompare, un silenzio che avanza. A questa scelta, fatta le dovute e sentite eccezioni di alcuni clienti e amici affezionati, è seguito un silenzio assordante. Un silenzio istituzionale, per essere precisi. Nessuna parola, nessun gesto, nessun riconoscimento per quattro decenni di lavoro, di presenza, di servizio a quella stessa comunità. È la normalità, mi dicono. È così che
vanno le cose. Alcuni giorni fa, non lontano da qui, a Ortona, un'attività simile alla nostra, con una storia gloriosa di cinquant'anni, ha chiuso i battenti. Con il cuore spezzato, ho assistito a un servizio televisivo che ritraeva la commozione di una comunità intera, radunata in solidarietà alla proprietaria, per condividere il peso di quell'addio.
vanno le cose. Alcuni giorni fa, non lontano da qui, a Ortona, un'attività simile alla nostra, con una storia gloriosa di cinquant'anni, ha chiuso i battenti. Con il cuore spezzato, ho assistito a un servizio televisivo che ritraeva la commozione di una comunità intera, radunata in solidarietà alla proprietaria, per condividere il peso di quell'addio. Una panchina rossa in attesa della sua piazza: l'appello per Villa Santa Maria

Oggi, 25 novembre, Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, un caloroso e solidale abbraccio va a tutte le donne, con particolare vicinanza a quelle che hanno subito violenza.
La panchina rossa di Villa Santa Maria, inaugurata il 16 ottobre 2021, non è mai diventata un bene comune. Relegata in un suolo privato, purtroppo, il suo messaggio è soffocato dall'indifferenza - privato della voce e dell'attenzione che meriterebbe - e il suo ricordo si sta già offuscando, condannato a scomparire nell'oblio. Per questo è oggi un simbolo LEGGI TUTTO >>
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